Fotografo di ritratti, moda e reportage, Enzo Dal Verme da oltre vent’anni racconta il mondo attraverso il suo obiettivo con una sensibilità che intreccia estetica, narrazione ed etica. Le sue immagini sono apparse su testate internazionali come Vanity Fair, L’Uomo Vogue, The Times, Marie Claire, GQ, e ha collaborato con marchi come Benetton, Mac Cosmetics, Rayanair. La sua cifra stilistica non risiede soltanto nell’eleganza delle composizioni o nella forza visiva, ma nella capacità di creare connessioni autentiche con i soggetti, siano essi celebrità iconiche, persone comuni o realtà sociali poco raccontate. Nei suoi lavori, l’empatia diventa un linguaggio e la fotografia un ponte che unisce mondi diversi: dall’intimità di un ritratto alla potenza di un reportage, fino all’impegno civile per i diritti degli animali e per una comunicazione più consapevole. Docente e autore di libri come Storytelling for Photojournalists e Marketing per Fotografi, Enzo Dal Verme continua a esplorare il potenziale delle immagini non solo come strumenti estetici, ma come veicoli di cambiamento e consapevolezza. In questa intervista, ci racconta la sua visione, i momenti chiave della sua carriera e le sfide del futuro della fotografia.
Hai da oltre 20 anni un percorso ricco tra ritratto, moda e reportage, con pubblicazioni su Vanity Fair, L’Uomo Vogue, The Times, Marie Claire, GQ… Qual è stato per te il momento / progetto più significativo che ha segnato una svolta nella tua carriera?
Ci sono state varie occasioni che hanno segnato la mia carriera, come una copertina o un lavoro particolarmente importante. Sono soddisfazioni che motivano. Però i momenti che considero davvero svolte sono passati quasi inosservati. Penso, per esempio, a quando un gallerista ha visto il mio portfolio e poi mi ha spiazzato chiedendomi: “Ora mostrami i tuoi progetti personali”. Io ero abituato a fotografare solo per pubblicare. Come avrei fotografato senza i limiti che mi davano i miei clienti? È stata una sfida stimolante.
Sul tuo sito scrivi: “Il ritratto è la specialità che preferisco in fotografia. Ogni volta che fotografo qualcuno, finisco per conoscere un po’ meglio anche me stesso”. Cosa intendi esattamente?
Scattando dei ritratti, devo confrontarmi con l’atteggiamento e l’umore di chi ho davanti. Alcuni si sentono a disagio con una macchina fotografica puntata addosso, altri adorano tutta quell’attenzione. C’è chi si mette a fare facce buffe per nascondere l’imbarazzo, chi rimane imbambolato, chi mi dice come fotografare. Ci sono persone simpatiche, arroganti, timide… A volte mi riconosco in un atteggiamento che vedo in chi fotografo, altre volte sono incuriosito da qualcosa di cui non ho esperienza. Per me non è solo importante fare attenzione a cosa vedo nel soggetto, ma anche all’effetto che ha su di me. In alcuni casi mi entusiasmo, altre volte non vedo l’ora di avere finito. Come mai? È questa osservazione – non solo di chi è davanti al mio obiettivo, ma anche di me stesso – che mi dà l’opportunità di conoscermi un po’ meglio ogni volta che scatto un ritratto.
Hai fotografato personalità come Donatella Versace, Laetitia Casta, Marina Abramović, Bianca Jagger, Wim Wenders. Come ti prepari quando il soggetto è una celebrità? Quanto incide il tuo approccio empatico nel restituire autenticità?
Fotografando una celebrità non si fotografa solo una persona, ma anche un brand e tutto ciò che rappresenta. È normale che siano molto attenti alla propria immagine e io non voglio tradire la fiducia che mi stanno dando. Generalmente, prima dell’incontro mi informo sulle loro vicende e sui loro gusti. Può essere utile per dire qualcosa al momento giusto. Scattando, faccio di tutto perché si sentano a proprio agio, uso toni e gesti rassicuranti e cerco di essere veloce: spesso sono impazienti. L’autenticità è difficile da trovare nelle persone molto abituate a farsi fotografare perché tendono ad assumere sempre le stesse posizioni, mostrare il tre quarti migliore, sfoggiare l’espressione che sanno venire bene. Io cerco di percepire il loro stato d’animo: cosa posso sottolineare nelle immagini? Pur rispettando la loro identità pubblica, preferisco evitare espressioni stereotipate.
Come ottieni quel risultato?
A volte dico o faccio qualcosa che disorienti il soggetto, lo destabilizzi e lo distragga dalla maschera sociale. Quando vedo che l’espressione diventa più trasparente, scatto. È una cosa che faccio non solo con le celebrità, ma con loro è particolarmente importante per evitare di fotografare ciò che è stato già visto mille volte.
Tra iconici e volti meno noti, come moduli il tuo stile per adattarti a personalità così diverse senza perderne l’essenza?
Lo stile è determinato dal mio modo di osservare la realtà e di utilizzare la macchina fotografica, nonché dalle esigenze dettate dall’utilizzo che verrà fatto delle foto. Ma fino a un certo punto. Per me è importante essere molto presente e lasciare che sia la situazione a suggerirmi come scattare. Mi è capitato di avere immaginato di fare un certo tipo di foto per poi rendermi conto che sarebbe stato meglio prendere un’altra strada. Ci sono tante variabili: la luce, la location, il tempo che abbiamo a disposizione, l’umore dei presenti, oltre – naturalmente – agli imprevisti! Di tutti gli “ingredienti”, comunque, il più importante è la mia capacità di connettermi con chi sto fotografando. In uno scatto non pretendo di riassumere la complessità di un essere umano, posso – però – sottolineare qualcosa che intuisco e che il soggetto mi lascia vedere.
Oltre al ritratto, hai realizzato reportage pubblicati su testate internazionali. Come differisce il tuo approccio tra servizi moda e reportage più documentaristici?
Quando fotografo la moda, costruisco una immagine che nasce dalla mia fantasia e dalla collaborazione con gli altri professionisti sul set. Con l’aiuto di trucco, styling, luci e ritocchi, prende forma qualcosa che non esiste. È la materializzazione di un’idea. Ogni foto ha un suo proprio equilibrio e l’insieme delle immagini suggerirà uno stile e anche uno stato d’animo. Spesso i servizi di moda si progettano come la sceneggiatura di un film e contengono una piccola storia. Mostrano una realtà idealizzata a cui aspirare. Quando fotografo reportage, invece, documento ciò che esiste. Naturalmente, ci sono mille modi di fotografare la stessa cosa e, inevitabilmente, lo stesso soggetto trattato da due fotografi mostrerà aspetti diversi di quella realtà. Accade perché ogni fotografo (e ogni essere umano) è attratto da cose diverse. Quando si documentano delle situazioni difficili, per esempio, molti fotografi si concentrano sul mostrare le ingiustizie e le violenze. È un lavoro importantissimo che considero sacro. Io, però, cerco sempre di puntare il mio obiettivo sulle soluzioni piuttosto che sui problemi. Mi piace pensare che le mie foto potrebbero ispirare chi le vedrà a sostenere un progetto o, magari, a replicarlo.
Hai collaborato con marchi commerciali come Benetton, Mac Cosmetics, Rayanair. Quali sfide creative offrono i progetti commerciali rispetto a quelli editoriali?
Personalmente, preferisco lavorare per l’editoria, anche se il lavoro è molto diminuito: tante riviste hanno chiuso, altre diventano sempre più sottili e i budget si sono ristretti incredibilmente. Quando fotografi per l’editoria, devi rispettare il taglio della rivista che pubblicherà. In linea di massima, però, c’è molta più libertà rispetto alle foto commerciali dove devi seguire delle linee guida ferree e le indicazioni degli art director. A volte, la sfida è… riuscire ad essere creativi nonostante tutte le pressioni! Ci sono anche clienti commerciali che si affidano alla tua esperienza e sono quelli con cui mi fa più piacere lavorare. È una collaborazione, non solo una esecuzione. Se il cliente capisce la tua preparazione, si fida e ti lascia più libero. Questo vale anche per altre declinazioni del mestiere di fotografo, per esempio quando si stratta di documentare il lavoro di una ONG, oppure creare materiale promozionale per strutture alberghiere, fare ritratti privati, scattare immagini industriali o fotografare ricette. Un fotografo, oggi, deve continuamente rinnovarsi, trovare nuovi ambiti e nuove nicchie. Questa sì che è una sfida creativa!
Hai ideato iniziative in difesa dei diritti degli animali coinvolgendo Madonna, Paul McCartney, Zeffirelli, Kim Basinger. Puoi raccontarci questa esperienza?
È successo molto tempo fa quando le associazioni animaliste in Italia erano essenzialmente concentrate ad organizzare proteste. Protestare era sicuramente importante, nello stesso tempo mi sembrava che sarebbe stato più efficace fare arrivare al pubblico il messaggio in modo autorevole e attraverso canali ufficiali e personaggi conosciuti. La mia esperienza nel mondo della moda e della pubblicità fu molto utile. Non era stato facile dare a Madonna le magliette anti-pellicce e quando le indossò in un suo film e – più volte – facendo jogging, l’impatto fu grande. Oltre a sensibilizzare i suoi fan, la vendita delle T-shirts aiutò a finanziare campagne anti-pellicce in tutto il mondo. Paul e Linda McCartney firmarono l’introduzione di un libro su design e moda “cruelty-free”, Kim Basinger fu la testimonial di un video e Zeffirelli, su mio suggerimento, si pentì pubblicamente per avere girato la pubblicità di una pellicceria. Oltre a coinvolgere personaggi famosi, avevo anche fatto molta attenzione al linguaggio visivo che doveva essere accattivante e coinvolgente. Siamo bombardati quotidianamente da messaggi di ogni tipo e per comunicare in modo efficace – che si tratti di una causa sociale o di un annuncio commerciale – è fondamentale sapere conquistare l’attenzione e convogliare un messaggio in modo chiaro e d’impatto. Quando l’ho fatto io si trattava di qualcosa di molto nuovo, non come adesso che – fortunatamente – è frequente vedere le celebrità schierarsi pubblicamente a sostegno di qualche causa sociale e il livello della comunicazione visiva si è molto alzato anche nel settore no-profit.
Come credi che la fotografia possa essere uno strumento efficace nel sensibilizzare su temi etici e sociali?
La fotografia è un linguaggio e può servire a fare riflettere, a educare, a sensibilizzare. Bisogna, naturalmente, sapersi esprimere nel modo appropriato per farsi comprendere da chi guarderà quelle immagini. Io sono riuscito a condividere sulle pagine di giornali di moda delle storie che non sarebbero mai state pubblicate se non avessi affrontato quegli argomenti con un taglio adeguato. Mi piace sapere che migliaia di lettori sono venuti a conoscenza di qualche progetto sociale grazie ai miei reportage pubblicati sulle pagine patinate tra un rossetto e un paio di scarpe. Il mio spirito un po’ sovversivo riesce ad esprimersi proprio perché conosco il linguaggio più adatto. E poi ci sono esempi di fotografi che hanno utilizzato benissimo il linguaggio delle immagini per dare un contributo su alcuni temi sociali. Uno che ammiro è Platon, fotografo britannico di origine greche. La sua collaborazione fissa con la rivista George gli ha permesso di ritrarre celebrità, presidenti e molte personalità. Parallelamente, si è occupato di dare visibilità ai meno fortunati, a chi si batte per i diritti civili e i diritti umani. Le sue immagini – anche in video – sono notevoli.
Sei docente nel Master per photo editor visual storyteller “Comunicare con le Immagini” — quali competenze ritieni essenziali per chi si avvicina oggi al mondo della fotografia professionale?
Il master si rivolge a chi utilizza le immagini (sue o di altri) per comunicare. Dunque, non solo a fotografi, ma a tutti coloro per cui è importante conoscere il linguaggio visivo da utilizzare per esprimersi e diffondere un messaggio. Che si tratti di realizzare un dépliant turistico, un servizio di moda o un catalogo commerciale, è fondamentale conoscere i meccanismi che rendono una immagine appropriata ed efficace. Per illustrare una intervista occorre fare attenzione ad alcune cose, per comunicare sui social media ci sono altre priorità. Raccontare una storia per immagini in modo chiaro e interessante implica la conoscenza di molte variabili e anche illustrare un prodotto non è così scontato. Imparare grammatica e sintassi della comunicazione visiva, aiuta ad essere più efficienti e incisivi. Con me, nel master, insegnano altri professionisti della comunicazione per immagini di grande esperienza e insieme riusciamo a dare agli studenti un panorama ampio ed approfondito sulle diverse sfaccettature: dall’importanza dello styling alle questioni legali, dalla grafica che valorizza le immagini alla costruzione di una sequenza, alle diverse strutture dello storytelling. È un corso molto completo che mi sarebbe piaciuto frequentare all’inizio della mia carriera, ma non esisteva.
Quanto è importante per te la formazione? Ha ancora valore oggi?
La formazione è fondamentale, io per primo continuo a studiare, leggere, informarmi. Cerco di capire le nuove possibilità e i nuovi linguaggi. Aver lavorato con le più importanti testate e con tanti photo-editor, art-director, direttori e caporedattori è stata una scuola straordinaria. Ad ogni lavoro le loro critiche e i loro consigli mi hanno aiutato a crescere. Le redazioni erano un luogo incredibile dove convergevano notizie, idee, collaboratori, si discutevano nuovi servizi da realizzare, si lavorava insieme e si imparava continuamente. Adesso le cose sono cambiate: un fotografo non visita più di persona una redazione per mostrare il suo portfolio e per proporre delle idee da realizzare, oppure per fare vedere un reportage già fatto e suggerirne la pubblicazione. Manda una mail sperando che qualcuno la apra. Le relazioni umane si stanno perdendo. Molti lavorano da casa, spesso tutto accade per e-mail e, quando va bene, per telefono. Il che implica che ci sono molte meno possibilità di imparare lavorando insieme. Eppure, mai come ora formarsi è rimanere aggiornati è stato così importante per essere competitivi sul mercato. Abbiamo tante possibilità: corsi, libri, tutorial, articoli, podcast… L’importante è rimanere curiosi.
Quali consigli daresti ai tuoi allievi che sognano una carriera come la tua?
Prima di tutto, li metterei in guardia: attenti a cosa desiderate! Quando si racconta la mia carriera, in genere si tralascia il capitolo “sangue, sudore e lacrime” e posso assicurare che è una grossa fetta di ciò che è accaduto e continua ad accadere tra una soddisfazione e l’altra. In ogni caso, una carriera come la mia oggi non sarebbe più possibile perché quando ho incominciato il mondo era diverso. Oggi il nostro rapporto con la fotografia è cambiato, le esigenze dei committenti sono cambiate e gli equilibri continuano a trasformarsi rapidamente. Ecco perché una delle qualità più importanti – oggi più di ieri – è la capacità di sapersi adattare ai cambiamenti. A volte vengono a mancare anche i punti di riferimento sui quali eravamo abituati a fare affidamento. Occorre essere flessibili e aggiornarsi spesso. Però attenzione, aggiornarsi sulle ultime novità senza avere delle solide basi significa essere degli improvvisati. È importante conoscere l’ABC della comunicazione visiva, le sue evoluzioni e avere dimestichezza con le sue dinamiche. La curiosità è un’altra qualità che ritengo indispensabile: quando si è curiosi, imparare è meno faticoso perché soddisfa un nostro desiderio. Poi ci vuole dedizione: provare, sbagliare, provare, sbagliare… Se il mondo sta cambiando sempre più velocemente, queste capacità rimangono fondamentali per sviluppare una carriera. Magari non come la mia, migliore.
Hai scritto “Storytelling for Photojournalists” e “Marketing per Fotografi”. Qual è il consiglio più sorprendente o rivoluzionario che vieni a dare a chi aspira a vivere di fotografia?
Quando – tempo fa – avevano fatto questa domanda a Saul Leiter, lui aveva risposto serafico: sposate qualcuno di ricco. Se un maestro di quel calibro – a cui non sono certo mancate opportunità lavorative – ha fatto questo commento, è facile immaginare che vivere di fotografia non fosse così scontato già molti anni fa (lo posso confermare). Oggi lo è ancora meno. La tecnologia ha fatto passi da gigante e ha permesso a un numero sempre maggiore di persone di usare il mezzo fotografico. ma…come? La differenza non si vede tanto nel numero di filtri e preset che si sanno usare, ma nella capacità di utilizzare la fotografia come un linguaggio. E per fare ciò, non è tanto importante l’aggiornamento tecnologico quanto la conoscenza della grammatica e della sintassi visiva. Dunque, il suggerimento spassionato che posso dare è di studiare. Non sarà un consiglio sorprendente e rivoluzionario, ma sicuramente utile. Nei miei libri ho voluto condividere tante cose che ho imparato lavorando e anche sbagliando prima di trovare la soluzione a un problema. Chi li legge ha la possibilità di imparare dalla mia esperienza e non ripetere i miei errori, ma… farne altri! Un altro suggerimento che mi sento di dare è quello di non limitarsi a creare immagini. Io sono giornalista, ho quasi sempre scritto gli articoli dei miei reportage ed è stato uno dei motivi per cui ho realizzato così tanti servizi. Il mestiere del fotogiornalista è in forte declino e a chi aspira a vivere di fotografia non consiglierei di puntare solo su quello. Suggerirei di trovare altre discipline parallele. Che cosa? Ciò che appassiona di più perché lo si fa volentieri. Forse servirà per qualche professione che non esiste ancora: occorre farsi trovare pronti quando le opportunità arrivano. Per esempio, quando c’è stato l’improvviso successo della creazione di immagini con l’intelligenza artificiale, di colpo è nata una nuova figura professionale: il prompt designer. Strapagati, i primi prompt designer hanno venduto ad aziende la capacità di scrivere prompt per scrivere prompt per istruire l’IA. Poco tempo dopo il fenomeno si è ridimensionato: è possibile chiedere a Chat GPT di fare la stessa cosa. Però, intanto, quelle persone hanno fatto dei lavori e preso dei contatti, intrecciato relazioni. Qualcuno di loro aveva forse studiato da prompt-designer? Neanche per sogno, avevano solo seguito la propria passione e quando c’è stata l’occasione giusta hanno potuto sfruttarla. Infine, è importante specializzarsi. Mettiamoci dal punto di vista di un cliente che deve fotografare – per esempio – scarpe. Sceglierà un fotografo che dimostra di essere specializzato in scarpe o uno che fa di tutto un po’? E tra uno che fa delle belle foto e un altro che, oltre a fare le foto, fa anche i 360° per l’online, dei video, l’integrazione con immagini AI ed è in grado di suggerire degli approcci unici per valorizzare il prodotto, chi sceglierà?
La meditazione è parte integrante del tuo approccio. In che modo meditazione e fotografia si contaminano a vicenda?
Meditare aiuta ad avere una mente calma, a gestire la propria attenzione e a focalizzarsi anche quando si scatta in situazioni di stress. È una pratica che mi accompagna da oltre 30 anni e che mi ha aiutato molto. Nella mia professione e non solo. Scattando un ritratto, per esempio, occorre dividere la propria attenzione tra le impostazioni della macchina fotografica, l’ambiente nel quale ci troviamo, la composizione, la luce, lo sfondo, l’accostamento dei colori, il punto di vista dell’inquadratura, la posizione del nostro soggetto, il suo sguardo, la sua espressione, i suoi vestiti, i suoi capelli, l’impatto d’insieme, le proporzioni e, soprattutto, la relazione che si crea. Se siamo distratti da qualche dettaglio, è facile che altri aspetti importanti ci sfuggano. Avere un certo silenzio interiore e la capacità di mantenere lo sguardo sull’impatto di insieme continuando a monitorare ogni dettaglio può essere estremamente utile. Meditando, si impara a gestire la propria attenzione e a mantenere la consapevolezza della totalità di ciò che percepiamo senza perderci seguendo il concatenarsi dei pensieri. Ecco perché è una pratica che può aiutare molto anche i fotografi.
Come Senior Advisor per Science Of The Times, contribuisci a mappare tendenze e scenari futuri: quali cambiamenti prevedi per la fotografia nei prossimi 10 anni?
Viviamo in un periodo VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) nel quale l’unica certezza è l’imprevedibilità. Per quanto riguarda la fotografia è particolarmente complesso fare delle previsioni perché la tecnologia si sta evolvendo ad un ritmo più veloce di quanto non ci si aspettasse. L’intelligenza artificiale ora riesce a realizzare sintografie indistinguibili da una fotografia e vengono già utilizzate ampiamente: servizi di moda, foto di cucina, foto di viaggio… Molte delle figure professionali generalmente coinvolte nella realizzazione di un servizio fotografico rischiano di rimanere senza lavoro. Inoltre, quando si tratta di foto di attualità, c’è il grande problema della falsificazione della realtà. Non tanto per la IA, ma per la possibilità di “costruire” le foto facendo posare i soggetti o drammatizzando la situazione pur di vendere e arrivare prima della concorrenza. Ecco perché oggi, per i fotografi di attualità, una delle cose più importanti è una reputazione che garantisca l’affidabilità delle immagini. In sintesi: per quanto le fotografie pervadano sempre più la nostra vita, la professione del fotografo sta diventando tra le più precarie. Nonostante sia difficile fare previsioni, possiamo azzardarci a sostenere che la sua evoluzione non sarà limitata all’abilità di realizzare fotografie. Piuttosto, sarà apprezzata la capacità di comunicare efficacemente grazie ad una cultura dell’immagine il più ampia possibile e alla preparazione in discipline complementari. Una sorta di direttore creativo, tecnicamente preparato, con la sensibilità, il gusto e la capacità di applicare creativamente le proprie conoscenze. Chi avrà saputo rimanere aggiornato e ampliare la propria preparazione oltre la semplice capacità di scattare delle belle foto, avrà più possibilità di rimanere sul mercato.













































