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Socio fondatore e membro del Consiglio Artistico di Illustri. Una carriera ventennale che ha visto i suoi lavori pubblicati su testate nazionali e internazionali, come The New York Magazine, Wired, Il Sole24 Ore, La Repubblica, Style Corriere della Sera. Nel 2017 pubblica per la casa editrice Baldini&castoldi il libro “Like Kobe – Il Mamba spiegato ai miei figli”. Francesco Poroli, illustratore e art director freelance milanese, si diverte da matti giocando senza freni con la sua creatività. Un entusiasmo sempre nuovo, espresso in ogni sua opera. Con la gioia di chi sa di poter fare il lavoro più bello del mondo, e noi di Design Lifestyle siamo felicissimi di aver fatto due chiacchiere con lui. Cosa raccontano i tuoi lavori e come definisci il tuo stile? I miei lavori raccontano, molto semplicemente, quello che mi circonda. Quando non hanno una committenza commerciale, nei miei lavori trova spazio tutto quello che mi circonda e mi ispira: dalla mia cultura visiva fino ad un aperitivo con gli amici. Quali sono gli artisti o gli illustratori che hanno segnato il tuo percorso formativo? I riferimenti della mia cultura visiva sono numerosi. Dovessi scegliere un solo nome non posso non citare i lavori di Fortunato Depero: i suoi lavori, oltre ad essere ancora tremendamente attuali, sono stati e sono continua fonte di ispirazione per me. Come definiresti il tuo stile di illustrazione? Non amo dare un nome alle cose che faccio. Non sono un grande fan di etichette e definizioni. Viceversa, mi piace molto quando sono gli altri a farlo: e negli anni mi hanno chiamato pop, colorato, geometrico, flat… Tutto giusto? Tutto sbagliato? Tutto perfetto. Non solo, io penso che la verità sia davvero negli occhi di chi guarda. Per questo sono convinto che, una volta terminato, qualunque mio disegno non sia più mio ma di chi lo guarda e lo fa proprio, appiccicandoci sopra la sua storia e il suo sguardo. L’illustrazione come strumento per raccontare, per denunciare, per fare cultura e per comunicare. Qual è il presente e il futuro di questa forma d’arte in Italia? Credo che, da qualche anno a questa parte, sia un ottimo momento per l’illustrazione nel nostro Paese, e non solo. Difficile fare previsioni sul futuro. Se, però, l’illustrazione sarà in grado di mantenere la sua capacità di raccontare la realtà e quella di immaginarne di nuove allora il futuro non può che essere radioso. designlifestyle-intervista-piroloSono rimasta colpita in particolare dal progetto “The Milaneser”, il magazine virtuale ispirato al The New Yorker (ammetto ho l’abbonamento da anni) e che è un bellissimo omaggio alla città, Milano, che durante questa pandemia ha sofferto forse più di quanto ci si potesse immaginare. Ce ne vuoi parlare? The Milaneser è un’idea di Zetalab, agenzia di comunicazione di Milano, alla quale ho partecipato come illustratore e – in qualità di Presidente di Illustri dando il nostro Patrocinio al progetto. Da milanese fastidiosamente innamorato della sua città mi è stato facile accettare il loro invito: Milano per me è casa e anche un po’ mamma – non la cambierei con altre città. Ogni volta che ho l’occasione di poterne disegnare un pezzo, filtrandolo attraverso il mio sguardo, ne sono felice. Oltre a quello, per “The Milaneser” ci ho aggiunto due rime baciate, perché mi hanno insegnato che – quando sei innamorato – dedichi le poesie. Eccole: Milano e l’arcobaleno. Milano che ti accoglie in un baleno. Milano a due passi dal mondo intero. Milano che “quando piange, piange davvero”. Milano e la creatività e i piccioni. Milano, dai möves, fuori dai maroni. Milano e la moda, Milano e il design. Milano, madonna – non mi prende il wifi. Milano sei tanto, lo sai? Milano e le bici che non sono mai abbastanza. Milano e gli aperitivi, Milano e la costanza. Milano e i suoi luoghi comuni fuori dal comune. Milano che fatica per le sue fortune. poroli intervista design lifestyle Ho amato, tra i tuoi tanti bellissimi lavori, Dirimpettaie. Da dove è partito il processo creativo in questo progetto? Dirimpettaie è un piccolo progetto nato per dare un senso, ma soprattutto una continuità, alla ricerca personale che credo sia fondamentale per chiunque faccia questo mestiere. È nato per caso, come spesso capita con le cose belle. Ero a BASE Milano, dove ogni tanto mi rintano a lavorare e, alzando lo sguardo dal mio schermo, gli occhi mi sono caduti su quello che avevo davanti. Anna Laura, una delle ragazze dello staff di BASE che lavorava di fronte a me, dall’altra parte della scrivania dove ero seduto. Senza pensarci troppo ho deciso di disegnarla, dandomi solo le regole di usare poche forme geometriche e non metterci più di trenta minuti. Da lì in poi ho iniziato ad alzare lo sguardo più spesso e guardare chi – su un treno, in un ufficio, su un tram – fosse seduto di fronte a me. I colori, che mondo sarebbe senza? E l’illustrazione cosa sarebbe senza? Non credo di riuscire a immagine il mondo, e l’illustrazione, senza i colori. I colori sono un racconto e il mondo, senza di noi a raccontarlo, probabilmente non esisterebbe. In un periodo in cui è tutto “semplificato” dai social, quale può essere il ruolo comunicativo dell’illustrazione? Quello dell’illustrazione è sempre un lavoro di sintesi. Che sia un brief pubblicitario o aziendale oppure un articolo di diecimila battute, quello che si chiede ad un illustratore è esattamente quello di condensare quel contenuto in una singola immagine. Forse – anche – per questo l’illustrazione oggi sembra funzionare così bene? Per la sua capacità di essere un linguaggio veloce e molto democratico. Ti è mai capitato di mettere qualcosa di personale, interiore, in un tuo lavoro e di conseguenza di non volerlo inserire nel tuo portfolio professionale? In ogni mio lavoro c’è tanto (tutto?) di personale. Non sarebbe possibile farlo altrimenti. Poi nel portfolio finisce solo quello di cui sono molto contento. Se qualcosa non ci finisce è perché non ne sono soddisfatto al 100%. Quali consigli potresti dare ai giovani illustratori che vogliono intraprendere questa carriera e migliorare le loro capacità? Disegnare, disegnare, disegnare, disegnare. Poi, una volta finito, disegnare ancora.

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