a cura di Simona Sabato
Viviamo in un’epoca di transizione profonda. Le identità non sono più categorie fisse, ma territori fluidi, intersezionali, in costante evoluzione.
In questo scenario complesso, l’arte e il design non si limitano più a riflettere il mondo: lo interpretano, lo criticano, lo ricreano. Diventano strumenti di rappresentazione, ma anche di emancipazione e trasformazione.
Negli ultimi anni, le istituzioni culturali hanno iniziato ad aprirsi — non senza fatica — alla pluralità dei vissuti e delle esperienze.
La mostra Fashioning Masculinities, al Victoria & Albert Museum di Londra, ha indagato la costruzione storica e culturale della mascolinità, mescolando moda, arte classica e cultura pop.
Un’operazione che ha messo in discussione lo stereotipo dell’uomo forte, bianco, eteronormativo, restituendo dignità a espressioni alternative del maschile.
Allo stesso tempo, musei come il MoMA di New York hanno dedicato spazio e attenzione a pratiche artistiche queer, trans, non binarie e diasporiche, contribuendo a far emergere narrazioni che troppo a lungo sono rimaste ai margini del discorso ufficiale.
Anche nel design il cambiamento è tangibile.
Si moltiplicano i progetti che mettono al centro l’inclusività: servizi igienici senza genere, arredi per l’autismo sensoriale, moda adattiva.
La designer Lucy Jones, ad esempio, progetta abiti per persone con disabilità motorie, partendo da un ascolto attento delle esigenze reali degli utenti.
Un approccio che ridefinisce la relazione tra forma e funzione, ma soprattutto tra progetto e persona.
La grafica, il branding e il linguaggio visivo stanno abbandonando progressivamente i canoni omologanti. Prendono piede font accessibili anche a chi ha disturbi della lettura o della vista, illustrazioni che ritraggono corpi diversi per etnia, età, abilità, genere. Le campagne pubblicitarie più lungimiranti non inseguono più uno standard estetico, ma cercano di riflettere la varietà reale della società.
Il packaging, spesso specchio fedele dei pregiudizi culturali, comincia a liberarsi da codici cromatici e retoriche di genere, preferendo soluzioni neutre, inclusive e più attente al linguaggio.
Anche le parole contano: si affermano copywriting non binari, descrizioni che evitano stereotipi, narrazioni che restituiscono complessità. Oggi la bellezza non è più sinonimo di simmetria o perfezione. È empatia visiva, riconoscimento, ascolto. L’arte e il design non decorano, ma raccontano storie che erano state silenziate, mettono in discussione il “normale”, aprono spazi nuovi per immaginare una società più equa. In questo contesto, creare significa anche includere: perché rappresentare significa esistere.


































