Sarah-Bowyer intervista

In bilico tra introspezione e collettività, tra gesto artistico e cura del quotidiano, Sarah Bowyer porta a Dressing the Future 2025 una visione che trasforma l’atto creativo in un ponte tra le persone. Artista nomade per biografia e per sensibilità, Bowyer ha fatto della contaminazione culturale una lente attraverso cui esplorare l’identità, il limite, l’incontro. Il suo workshop WEAR_ART nasce proprio da questa tensione fertile: un soprabito dismesso diventa tela condivisa, luogo di ascolto reciproco, organismo vivo che si modifica grazie ai contributi di tutti.

Nel suo approccio l’arte non è mai superficie, ma possibilità di rinascita: un invito a “indossare” ciò che normalmente resta nascosto — emozioni, memorie, visioni — per trasformarlo in un gesto di armonia collettiva. Attraverso il riciclo pittorico e la co-creazione, Bowyer ribalta la logica produttiva tradizionale e suggerisce un futuro in cui gli oggetti riacquistano unicità, valore affettivo e autenticità.

Con la sua presenza, Dressing the Future si arricchisce di una prospettiva che unisce tecnica, introspezione e immaginazione, invitando i partecipanti a riscoprire la moda come linguaggio, relazione e pratica di cura reciproca. Un’esperienza che non solo trasforma un indumento, ma allena alla bellezza del creare insieme.

Il titolo del tuo progetto unisce due mondi — “wear” e “art” — quasi a suggerire che l’arte possa essere indossata. Cosa significa per te “indossare” un’opera?

Ho sempre lavorato sull’individuo, il suo mondo interno e quello esterno, alla ricerca di quel confine tra privato e collettivo. Indossare l’arte significa per me esternare l’introspettivo. Diventa quindi un portale di profonda condivisione con il prossimo e quindi di unione tra esseri umani ma anche di definizione del sé nella moltitudine. 

In che modo la tua esperienza nomade tra culture diverse ha influenzato la visione di questo progetto?

Sicuramente nella moltitudine è importante prendere coscienza della propria dimensione e dei propri limiti e questo è possibile ampliando la conoscenza  delle differenze culturali e sociali del mondo. Nel mio lavoro c’è molta cultura orientale nonostante io abbia avuto madre italiana, padre inglese e nonno americano. Essere nomade mi ha reso ospite e testimone, permettendomi di  ideare un progetto che trova, tramite l’ascolto, una versione poliedrica del mondo e del creare. 

In Dressing the Future l’arte incontra la sostenibilità. Secondo te, l’arte può davvero contribuire a cambiare il nostro modo di produrre, consumare e abitare il mondo?

Assolutamente! L’arte applicata arricchisce oggetti di consumo rendendoli unici e immortali, evitando il riciclo capitalistico in favore di quello ecologico. E’ anche un’ ottima occasione per innamorarsi dei propri oggetti dando loro una valenza affettiva, contribuendo quindi al benessere psicofisico. 

Il risultato finale è un soprabito esposto come “manifesto visivo del fare insieme”. Come immagini che il pubblico percepisca quest’opera ibrida, a metà tra arte e moda?

L’atto di produrre live tutti insieme, ciascuno portando qualcosa di sé ma con l’estrema sensibilità di coesione tra le parti, quindi alla ricerca dell’armonia, anche e non solo visiva del manufatto finale, evidenzierà in tempo reale la capacità umana di coesistere in consonanza. L’idea che il risultato sia indossabile, lo rende poi un manifesto futuristico che dichiara un intento sociale evolutivo, prodotto dal creare insieme, surrogando la catena di produzione.  

Un progetto per il futuro

Sto lavorando da tempo su un progetto immersivo da visitare con l’Oculus e che rappresenta una nascita, la nascita del fruitore stesso, che consiste in un viaggio pieno di archetipi, all’interno di un corpo, fino ad arrivare all’utero, per poi nascere (o rinascere, o ricordare d’averlo fatto). Anche qui il tema centrale è l’interno e l’esterno. Così come con in Wear Art la ricezione degli stimoli esterni riportano ad un se’ individuale e poliedrico, ribaltando il concetto. I workshops di Wear Art saranno infatti anche improntati alla lettura data del sé e del prossimo perché l’arte è comunicazione, quindi ascolto e il futuro ci riserva nuove possibilità di coscienze collettive. L’esperienza sarà dedicata alla comprensione delle tecniche e dei materiali ma anche allo sviluppo del gusto personale e condivisibile. 

Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?

Trasformare e personalizzare qualsiasi indumento o accessorio è una professione completa, perfettamente in linea con un futuro sempre più attento al riciclo e alla sostenibilità ambientale. Colori di alta qualità per tessuto (come i Deka), specifici per la seta, o per la finta pelle, ma anche elementi di decorazione e l’utilizzo del ricamo e di stencil, diventano la cassetta degli attrezzi per possibili meraviglie. Una volta acquisita una sensibilità tecnica e artistica nell’uso di questi strumenti, chi possiede visione e contenuto può sviluppare collezioni originali, riempire negozi di capi unici e firmati.  Un tocco di determinazione e pazienza, unito a competenze comunicative e di marketing, può trasformare una passione nel mestiere di una vita.

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