L’industria della moda sta vivendo uno dei suoi passaggi più delicati. Occorre trasformare un sistema storico, brillante e complesso in un ecosistema capace di rigenerarsi, ascoltare e restituire valore alle comunità. In questo scenario si inserisce Dressing the Future, il talk dedicato a ripensare il Made in Italy attraverso una nuova alleanza tra cultura, impresa e responsabilità sociale: un luogo dove la sostenibilità non è un’etichetta, ma un linguaggio comune che collega progettisti, aziende e cittadini.
Per capire cosa significhi attraversare questa fase di transizione sul campo – tra flussi di abiti usati, nuove tecnologie per la selezione tessile e partnership capaci di ridefinire intere filiere – abbiamo incontrato Alfio Fontana, CSR Manager & Partnership Corporate di Humana People to People Italia. La sua esperienza mostra come la sostenibilità non sia necessariamente un gesto eroico, ma una pratica costante fatta di scelte operative, decisioni misurabili e un’idea precisa di impatto condiviso.
La filiera etica di Humana trasforma gli abiti usati in risorse per progetti di istruzione, agricoltura sostenibile e salute. Quali passaggi della filiera considerate più critici e come ne garantite trasparenza e tracciabilità?
Humana People to People Italia è un’organizzazione non profit di cooperazione internazionale che realizza progetti di sviluppo nel mondo e iniziative sociali grazie anche alla raccolta, selezione e vendita di abiti usati. Sono oltre 5.800 i contenitori stradali dell’organizzazione, presenti in 1.300 comuni. Humana Italia è membro della Federazione Internazionale Humana People to People, presente in 46 Paesi nel mondo e aderisce ad un network internazionale che coinvolge 29 organizzazioni, attive in ambiti coerenti con la propria mission. Nel 2024, anche grazie alla raccolta di abiti usati realizzata nel mondo, la Federazione ha finanziato 1.831 progetti di sviluppo nel mondo, a beneficio di 15 milioni di persone.
Ciò che contraddistingue la nostra filiera è la capacità di controllarne ogni anello, dalla raccolta tramite i contenitori stradali o ecobox in punti vendita, alla selezione, sino alla vendita finale. Questo ci permette di garantire un percorso tracciato e rendicontabile di tutto il percorso che fa l’abito. La scelta di porre legalità e trasparenza alla base di ogni attività di Humana Italia ci ha spinto nel tempo a implementare ulteriori politiche e presidi specifici in maniera volontaria, tra cui il Modello Organizzativo di Gestione e Controllo, il Bilancio di Sostenibilità, la Politica per la Qualità e l’Ambiente e le Certificazioni ISO 9001 e ISO 14001, oltre all’iscrizione alla White List. Effettuiamo inoltre, sempre in ottica GRI, delle valutazioni ambientali e sociali dei fornitori.
Il vostro network retail sta crescendo. A giugno è arrivato il primo negozio Humana Vintage a Parma e un Humana People a Bologna, infine a settembre il primo Humana Vintage a Padova. Questo porta ad una ventina i vostri store in tutto il territorio nazionale. Che ruolo hanno i negozi fisici nel costruire cultura del riuso?
I nostri ventuno negozi sono letteralmente “la vetrina” principale della nostra organizzazione, non solo per la loro presenza ormai consolidata nei principali capoluoghi italiani, ma anche perché sono progettati per offrire al cliente un’esperienza di acquisto sostenibile e solidale. Chi acquista capi nei negozi Humana Vintage e Humana People, infatti, non solo contribuisce a prolungare la vita di capi ancora in ottimo stato, riducendone quindi l’impatto ambientale, ma sostiene concretamente la mission di Humana. Oltre a questo, abbiamo anche curato in maniera particolare gli arredi e gli allestimenti, realizzati in collaborazione con Izmade e Plastiz. L’impresa sociale torinese, infatti, ha progettato e realizzato una linea di allestimenti al 100% in materiale riciclato: un percorso fra borse sintetiche provenienti dalla filiera di Humana, acciaio, plastica e materiale ligneo che racconta con elementi artistici e allo stesso tempo funzionali un nuovo modo di arredare.
I punti vendita Humana Vintage e Humana People sono anche touchpoint fondamentali per generare consapevolezza sui temi della sostenibilità ambientale e dell’impatto sociale, attraverso l’organizzazione di eventi con i nostri partner e con opinion leader trasversali ai temi della moda, della sostenibilità e dell’ambiente.

Partnership corporate: quali settori secondo te oggi sono più recettivi a integrare second hand, riuso e progetti sociali nelle proprie politiche ESG?
Le realtà strutturate e proiettate all’innovazione nel settore moda si stanno organizzando per integrare sempre più proposte second hand e politiche orientate al riuso nella loro offerta e nei loro processi. Un passo avanti decisivo anche per la sostenibilità ambientale, che ci vede coinvolti in prima linea grazie alla nostra esperienza ultraventennale nel settore. Il cambiamento in atto nel settore va nella direzione delle politiche europee dettate dalla “European Strategy for Sustainable and Circular Textile” e interessano le realtà sia a monte sia a valle della filiera, comprese quelle legate alla gestione del tessile post-consumo e con le quali stiamo avviando diversi progetti pilota in ottica di innovazione per la preparazione al riciclo.
A ciò si aggiunge la prossima entrata in vigore del regime di Responsabilità Estesa del Produttore nel settore: sarà una svolta decisiva per il settore, che racchiude una grande sfida e allo stesso tempo un’importante opportunità per instaurare processi virtuosi e partnership di filiera strategiche. Sul fronte dell’impatto sociale, la nostra capacità di intervenire in ambiti differenti con i nostri progetti di cooperazione (negli ambiti dell’istruzione, della salute, dell’agricoltura sostenibile e ambiente e dello sviluppo comunitario) e di agire su un orizzonte temporale di medio-lungo termine, ci permette di coinvolgere realtà trasversali in diversi settori, costruendo progettualità condivise allo scopo di generare impatto positivo nelle comunità locali, in Italia e in tutto il mondo, grazie al nostro network internazionale.
Dal vostro Manifesto emerge una visione “passo dopo passo”, fatta di gesti concreti. Se dovessi indicare tre azioni immediate che un’azienda può implementare domani mattina per ridurre l’impatto nella filiera tessile, quali sceglieresti e perché?
La prima è agire per prolungare la vita dei prodotti, favorendo il second hand e la riparazione dei capi. La seconda è creare partnership di filiera multi stakeholder, che abbiano l’obiettivo di generare valore a livello di impatto sociale e ambientale e non solo economico; la terza sviluppare azioni di sensibilizzazione sia all’interno delle aziende sia verso il pubblico per incentivare scelte e consumi responsabili.
Tecnologia e organizzazione: quali soluzioni state sperimentando per ottimizzare raccolta, selezione e pricing dei capi? Dove vedi il maggiore potenziale di innovazione nei prossimi 12 mesi?
L’innovazione è un driver fondamentale per la sostenibilità e stiamo lavorando proprio in questa direzione e su diversi fronti. Abbiamo recentemente riammodernato il nostro impianto di selezione, che è diventato semi-automatico, permettendoci di aumentare i volumi di materiale in entrata fino a 12.000 tonnellate in un anno: per fare questo abbiamo investito sia in impianti e software sofisticati, sia nel capitale umano e nelle competenze del team del reparto, cruciale per valorizzare al meglio ciò che viene selezionato.
Nei prossimi 12 mesi lavoreremo molto alla creazione di reti con imprese che stanno sviluppando strumenti tecnologici per la preparazione al riciclo e che sono pioniere in questo settore. Anche questa parte infatti sarà sempre più necessaria per venire incontro alle esigenze dei produttori tessili, che cercheranno risposte per la gestione efficiente e trasparente di un nuovo pezzo di filiera. Tra queste c’è ad esempio la collaborazione con Haiki Plus SpA, partner industriale specializzato nel settore cleantech e nella gestione del ciclo dei rifiuti speciali, e IGERS, azienda specializzata nella realizzazione dell’impianto di soluzioni tecnologiche avanzate per il trattamento degli scarti tessili senza l’utilizzo di additivi chimici, per un processo più efficiente e sostenibile.
Questa collaborazione rappresenta una risposta concreta alle sfide che il settore tessile e moda è
chiamato ad affrontare, proponendo azioni concrete per implementare un modello circolare
innovativo.
Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?
A livello di competenze professionali, le conoscenze legate all’ecodesign saranno sempre più cruciali per fare la differenza, mentre a livello di soft-skills un approccio multi stakeholder e una visione globale dell’impatto che il settore genera permetteranno di affrontare i progetti più ambiziosi in un’ottica di responsabilità condivisa. Non da ultimo, un’attenzione ai temi dell’inclusione, un ambito dove c’è ancora molto che si può fare, con proposte progettate ad hoc.
Un progetto per il futuro?
Il progetto che ci assorbirà moltissime energie nei prossimi mesi sarà l’entrata in vigore del Regime di Responsabilità Estesa del Produttore. Si tratta di una grande opportunità da sviluppare per instaurare modelli virtuosi di filiera su larga scala, valorizzando competenze e strutture degli operatori del settore, anche nell’ottica di generare valore sociale. Per questo siamo in prima linea per creare un network di realtà impegnate su questo fronte, a monte e a valle della filiera.
























Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?








