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a cura di Luana Martino

Karim, sei conosciuto in tutto il mondo per aver portato il design in una dimensione sensuale, fluida e futuristica. Come definiresti oggi il tuo linguaggio estetico?
Lo chiamo “minimalismo sensuale”. È privo di eccessi ma profondamente umano. Ogni oggetto e spazio parla. Ha un linguaggio semantico. Cerco di preservare un senso di verità nel design senza sovraccaricarlo, creando pezzi che connettano emotivamente e sensualmente.
Il colore è una delle tue caratteristiche distintive.

Che ruolo ha nel tuo processo creativo? C’è una tonalità che ti rappresenta più delle altre?
Il colore è emozione, psicologia e spiritualità. È un modo per sollevare e dare energia. Il bianco, il mio preferito, è puro, spirituale, sofisticato e aperto. Elimina le distrazioni e fa brillare la forma. Spesso inizio con il bianco per cogliere l’essenza di un design, poi aggiungo colore per intensificare l’esperienza. Il bianco non è assenza, è una presenza forte e attiva, la tela definitiva.

Vivi tra arte, tecnologia e design: dove si incontrano oggi questi tre mondi?
Si fondono nell’esperienza. Il design oggi deve essere emozionale come l’arte, reso possibile dalla tecnologia e radicato nei bisogni umani. Questa fusione crea oggetti e spazi immersivi, intelligenti e profondamente personali.

Quanto è importante la “umanizzazione” del design nel mondo di oggi? I tuoi oggetti sembrano quasi respirare…
È essenziale. Il design deve riflettere emozioni, scala e bisogni umani oltre la funzione. Modello forme morbide, sensuali, riduttive ed emozionali. Non servono solo risuonano.

Se dovessi descrivere il tuo stile attraverso una città, quale sceglieresti e perché?
New York. È pluralistica, globale, energica e mai ferma. Mi sono sempre sentito internazionale, appartenente ovunque e in nessun luogo, e New York riflette questo. Anche se ho poco tempo per viverla, ne assorbo l’energia per osmosi. È caotica, ispirante e viva.

In un mondo sempre più standardizzato, continui a proporre forme audaci. Cosa ti spinge a non seguire le tendenze, ma a crearle?
Il design deve trascendere le mode. Attingo dalla realtà fluida e “tecno-organica” in cui viviamo, un mondo senza confini, digitale e in continua evoluzione. Le tendenze spesso riciclano; io cerco forme originali e pluralistiche radicate nell’“adesso” e nel “prossimo”.

Il tuo lavoro spazia dall’interior design alla moda, dai prodotti industriali all’hotellerie. Cosa unisce universi così diversi?
Sono un designer industriale, ma ho costruito una pratica multidisciplinare. Come il Bauhaus o i designer italiani degli anni ’60 e ’70, mi muovo fluidamente tra scale e discipline. Progetto tutto, dagli oggetti agli edifici, perché la vita stessa non è compartimentata. Tutto è connesso.

Parli spesso della “democratizzazione del design”. Cosa significa per te rendere il design accessibile?
Tutti meritano un buon design. Oggi, la tecnologia consente produzioni di alta qualità a costi contenuti. L’idea di lusso sta cambiando, un orologio economico può segnare l’ora meglio di un Rolex. Democratizzare il design significa creare oggetti belli, funzionali e intelligenti che migliorano la vita quotidiana di tutti, non solo dell’élite.

C’è un progetto che consideri particolarmente intimo e personale?
Sì, la prossima scultura in marmo kAIna per White Carrara. Esplora la nostra identità in evoluzione in un futuro guidato dalla tecnologia, abbracciando al contempo il potere emozionale senza tempo della pietra naturale. È profondamente personale, simbolo della nostra dualità organica e digitale.

Il tuo look è un manifesto visivo: quanto dialoga il tuo stile personale con la tua visione del design?
Il mio stile riflette la mia filosofia. Ho persino scritto Design Your Self su questo. Ognuno di noi è originale, con un DNA unico, perché non esprimerlo visivamente? Moda, oggetti, interni fanno tutti parte di un’unica voce creativa. L’originalità non è solo
possibile, è necessaria.

Che consiglio daresti a un giovane designer che vuole avere un impatto senza perdere la propria identità?
Sii audace. Rischia. Rimani fedele a te stesso. Non inseguire le mode. Crea le tue. L’innovazione nasce dalla sperimentazione, e l’identità è la tua risorsa più potente.

Cosa significa per te “vivere nel futuro”?
Significa liberare il design dagli archetipi storici. L’era digitale richiede nuove forme: fluide, esperienziali, intuitive. Dobbiamo costruire un linguaggio visivo nuovo, modellato dalla tecnologia, non dalla nostalgia.

Quale oggetto di uso quotidiano, secondo te, avrebbe più bisogno di essere riprogettato?
Tantissimi—condizionatori, phon, frullatori, ferri da stiro, tostapane. Vorrei ridisegnare un’auto elettrica, un sistema audio wireless, un motorino, un laptop, persino un ospedale o un museo.

Le possibilità per ripensare l’ordinario sono infinite. Hai mai creato qualcosa pensando prima all’emozione piuttosto che alla funzione?
Sempre. L’emozione è il punto di partenza, la funzione segue. Una forma dovrebbe prima emozionare, poi servire. Il sentimento è funzione.

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