sara conforti dressing the future idi

In un momento storico in cui la moda è spesso ridotta a consumo rapido, estetica istantanea e obsolescenza programmata, il lavoro di Sara Conforti Hòfer si staglia come un invito radicale a rallentare, ascoltare, ricordare. Artista, ricercatrice e fondatrice del progetto Centosettantaperottanta, Sara indaga da oltre un decennio il potere dell’abito come archivio sensibile, dispositivo di relazione e strumento politico. La sua pratica, capace di connettere etica ed estetica, corpo e memoria, individuale e collettivo, mette in discussione le narrazioni dominanti del fashion system per restituire alla vestizione la sua dimensione più profonda: un gesto che ci definisce, ci lega e ci trasforma.
In occasione di Dressing the Future, Sara Conforti Hòfer porta al pubblico la complessità e la delicatezza delle sue indagini sul tessile, sulla cura e sulla narrazione condivisa. Attraverso workshop partecipativi, performance e installazioni, l’artista costruisce spazi in cui gli abiti diventano strumenti di autoanalisi e ponti tra biografie diverse; luoghi in cui le storie intime – fatte di stoffe consumate, ricami, strappi, memorie – si intrecciano fino a generare un nuovo immaginario collettivo.
L’intervista che segue offre uno sguardo privilegiato sul suo percorso: dalla moda come pratica di resistenza poetica alle sperimentazioni condivise con Moleskine Foundation, fino al ruolo della collettività nella rigenerazione simbolica del tessile e nella costruzione dell’identità. Un viaggio nell’arte dell’indossare, dove ogni filo diventa possibilità di futuro.

Come può la moda funzionare come strumento di memoria partecipata e costruzione di senso condiviso?
La mia pratica artistica nasce dal centro vuoto del sistema moda, quel vuoto che nasconde l’enorme importanza dell’atto morale e politico della vestizione in una società che cerca costantemente di definirsi. È nella comprensione dei nostri gesti quotidiani, nel modo in cui scegliamo di indossare ciò che ci avvolge, che si cela la possibilità di evolvere. Ma questa pratica non è solo antropologica o estetica: è anche un atto di resistenza poetica. Ogni tessuto, ogni ricamo, ogni cucitura racconta una scelta che si oppone alla compulsione della fast fashion, alla velocità che annulla le storie e dissolve le memorie.
Dal 2012 conduco questa indagine attraverso i workshop itineranti di Centosettantaperottanta, percorso artistico iniziato grazie alla collaborazione con il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli Museo d’arte Contemporanea che esplora l’universo femminile, la memoria custodita dagli oggetti vestimentari e la responsabilità nei confronti del pianeta. È un’indagine tra abito e habitus, uno scavo nei guardaroba per far emergere memorie, sentimenti, vite intrecciate con gli oggetti vestimentari – spesso accompagnata da fotografie in cui ci si ricorda felici, che entrano nell’indagine come testimoni di un vissuto condiviso.
La metodologia è semplice e ripetibile, ma ogni incontro produce risultati unici: ogni capo d’affezione diventa protagonista di un’autopsia affettiva, strumento per comprendere chi siamo e chi possiamo diventare. Una giacca sdrucita dal viaggio in treno, il vestito di una festa che non tornerà, la camicia di un padre scomparso, la sciarpa di una madre che ha amato troppo: ogni oggetto trasporta un frammento di storia, un segreto custodito, un’emozione da condividere. E in questo atto di cura e attenzione, ogni capo diventa gesto di sostenibilità: si riattiva, si rigenera, si oppone alla logica dell’usa e getta.
Gli incontri trasformano questi frammenti in narrazione collettiva. Le donne raccontano, ricamano, scrivono, e mentre lo fanno le storie si intrecciano, diventano visibili, materiali, tangibili. Ogni capo, ogni ricamo, ogni parola diventa ponte tra l’intimo e il gruppo, tra il privato e il pubblico. Alcune memorie evocano dolore, altre gioia, altre ancora la fragile bellezza di chi è appena arrivato alla vita o di chi non c’è più. Tutto ciò diventa patrimonio comune, memoria condivisa che sopravvive e si moltiplica, un filo invisibile che collega passato, presente e futuro.
Il progetto restituisce queste storie attraverso esposizioni e pratiche partecipative, dove il pubblico può entrare in contatto diretto con gli oggetti e con le storie di chi li ha indossati. È in questo intreccio che la moda smette di essere semplice abito e diventa archivio, narrazione, testimonianza, memoria viva: un medium capace di restituire senso, costruire legami e instillare un nuovo sguardo sulla sostenibilità e sulla poesia dell’indossare.
Diretta conseguenza delle indagini di Centosettantaperottanta è il progetto performativo 13600 Hz – Concerto per macchine per cucire, che dal 2013 costruisco attorno al suono delle macchine da cucire. Ogni edizione è un Tableau Vivant site-specific, dove scenografia, suoni e presenze corporee delle partecipanti vengono modellati sul tema della ricerca. Le donne dei workshop vengono coinvolte nell’espressione corporea e drammaturgica, dando forma performativa ai contenuti delle loro indagini personali. L’agire, la ripetizione dei gesti e la spettacolarizzazione delle riflessioni diventano gesto politico e poetico, una denuncia consapevole delle distorsioni produttive del fashion system che fagocita identità, storie, vite e sostenibilità.

Come nasce l’installazione Centosettantaperottanta – What comes First? e in che modo il taccuino Moleskine è diventato un medium efficace per amplificare la tua ricerca legata a storie di trasformazione e resilienza legate all’abito?
Nel dicembre 2020, Moleskine Foundation mi ha invitata a creare un esclusivo taccuino d’artista AtWork da inserire nella sua prestigiosa collezione e, parallelamente, la Florence Biennale mi ha chiamata come Guest of Honour alla XIII edizione dedicata all’universo policromo e multiforme della femminilità: ETERNAL FEMININE | ETERNAL CHANGE.
Da queste due occasioni intrecciate nasce un’edizione speciale del mio progetto Centosettantaperottanta. Fino a quel momento, il taccuino non era mai stato utilizzato come mezzo per una ricerca così articolata: la sua dimensione intima, tascabile, densa di possibilità, ha consentito, in una situazione di estrema emergenza e lontananza fisica, di condensare l’esperienza di settanta partecipanti in un lavoro che durante la pandemia altrimenti non avrebbe potuto emergere, non avrebbe potuto concretizzarsi.
Il taccuino Moleskine – spedito, compilato e restituito – è diventato un medium potente: raccoglie storie, ricordi, emozioni, frammenti di abiti e di vita, permettendo di dare forma a una narrazione organica, individuale e collettiva. Nel progetto, grazie a una prassi partecipativa e “tassonomica”, ciascuna conduce vere e proprie autopsie affettive dei propri indumenti, costruendo un archivio di reminiscenze vestimentarie fatto di parole, segni e ricami. Gli abiti diventano protagonisti silenziosi di un viaggio del Sé in relazione al gruppo, strumenti per far nascere nuove narrazioni collettive, spesso accompagnati da fotografie che evocano memoria, felicità e nostalgia.
In questa versione speciale ho integrato la domanda What comes first?, del format educativo AtWork, creando un archivio condiviso di esperienze e storie. Ogni partecipante ha compilato il proprio taccuino e realizzato un ricamo personale rispondendo alla domanda; i workshop, iniziati con le utenti di Fragole Celesti, comunità per la cura di abusi, violenze e maltrattamenti, si sono estesi a decine di altre donne, coinvolte tramite inviti personali. Tra modalità online e incontri in presenza, più di dieci workshop hanno disseminato e spedito storie, abiti e ricami lungo tutta la penisola.
I taccuini e i ricami, giunti nel mio studio da ogni angolo d’Italia, sono stati elaborati e restituiti al pubblico prima a Palazzo Barolo di Torino e poi a Firenze, per la XIII Florence Biennale 2021. Ho scelto una formula ispirata ai Libri della Fortuna del Rinascimento: il pubblico, interrogandosi anch’esso sulla domanda What comes first?, estraeva un numero da un insieme di piccoli sassi cifrati, corrispondente a un ricamo e, successivamente, al taccuino dello stesso numero. In quel gesto semplice e casuale, chi osservava entrava in contatto empatico con la storia di una compilatrice anonima, diventando a sua volta parte della narrazione.
Concepisco il mio lavoro come un intreccio costante tra etica ed estetica, tra poesia e responsabilità. La pratica artistica è operatività relazionale, un’arte di psicoanalisi interpersonale, motivata dal desiderio di contribuire a un cambiamento sociale e spirituale, alla costruzione di una felicità condivisa e sostenibile. I taccuini e i ricami di Centosettantaperottanta – What comes first? sono strumenti di autoanalisi introspettiva, documenti di percorsi di vita e trasformazione collettiva, tracce che suggeriscono possibili futuri stati d’animo. L’augurio per chi decide di avventurarsi in questa pratica combinatoria è uno solo: Buona Fortuna.

Qual è il ruolo del processo collettivo nella rigenerazione simbolica del materiale tessile e nella costruzione dell’identità?
Il processo collettivo, per me, è il luogo dove il materiale tessile smette di essere semplice oggetto e torna a essere corpo, voce, possibilità. È il punto in cui l’abito – con le sue cuciture, le sue fratture, le sue macchie e le sue resistenze – si rigenera simbolicamente perché attraversato da più sguardi, più mani, più memorie. In solitudine un capo dice qualcosa; nel gruppo dice molto di più.
Nei workshop di Centosettantaperottanta, quando le partecipanti iniziano a condividere le loro storie d’abito, accade una trasformazione quasi fisica: il tessuto, manipolato, osservato, raccontato, si carica di nuovi significati, si libera da quelli che lo immobilizzavano, ne assume altri in una rinascita collettiva e poetica. Il processo è lento, stratificato. Una donna apre una borsa e tira fuori una camicetta appartenuta alla madre; un’altra tocca quella stoffa e ricorda la sua; una terza si riconosce in un colore, in una piega, in un profumo rimasto intrappolato nella trama. Allora il capo individuale diventa comune, si trasforma in materia viva, in specchio dell’esperienza condivisa, in atto di cura e sostenibilità.
Questo attraversamento plurale permette una rigenerazione simbolica del materiale tessile: il dolore si alleggerisce, la memoria si amplifica, il vissuto privato si fa patrimonio. Il processo collettivo funziona come un cerchio: il capo torna a chi lo ha portato, ma non è più lo stesso. Porta con sé le parole ascoltate, le emozioni accolte, i silenzi condivisi. È un oggetto che ora contiene molte identità e, proprio per questo, consente a ognuna di ridefinire la propria.
Costruire identità attraverso il tessile significa riconoscersi nelle storie degli altri, accettare che ogni indumento è un contenitore di vissuti e che il gesto del raccontarlo – insieme, senza giudizio – ricuce qualcosa dentro di noi. La collettività, in questo senso, non è un semplice contesto: è il motore che permette il passaggio dall’intimo al politico, dall’abito al habitus. È lì che la trasformazione avviene davvero, dove ogni filo sciolto può trovare un nuovo nodo, un nuovo senso, una nuova possibilità di essere, poetica e sostenibile.

Installazione Centosettantaperottanta – What Comes First?

Progetto di ricerca artistica di Sara Conforti Hòfer, nato dalla collaborazione con Moleskine Foundation e ispirato dal progetto educativo AtWork 2022.
Un dialogo tra abito, memoria e identità
L’installazione Centosettantaperottanta – What Comes First? di Sara si presenta come un’opera di grande impatto emotivo e culturale, capace di intrecciare arte, memoria e identità attraverso il linguaggio della moda.
Questo primo capitolo del progetto ha coinvolto 70 partecipanti durante l’emergenza pandemica da Covid-19, che hanno condiviso le proprie storie legate a un abito d’affezione. Al centro del progetto c’è il taccuino Moleskine, utilizzato come medium narrativo per raccogliere racconti di trasformazione, resilienza e legame personale. Il lavoro ha dato vita a uno speciale taccuino d’artista, donato alla Collezione di Moleskine Foundation e recentemente esposto al Palais de Tokyo di Parigi e all’Osservatorio del One World Trade Center di New York nell’ambito della mostra Moleskine Detour 2.0, insieme alle opere di artisti internazionali come Tord Boontje, Hans Ulrich Obrist, Nicholas Hlobo, William Kentridge, Francis Kéré, Pascale Marthine Tayou, Sue Williamson e Sigur Rós.
L’installazione non è solo testimonianza artistica, ma esperienza collettiva che stimola una riflessione profonda sulla relazione tra oggetto, corpo e vissuto. Attraverso il dialogo tra l’abito e l’“habitus” – la dimensione sociale e culturale delle abitudini – Conforti Hofer propone la moda come strumento di introspezione e costruzione di senso condiviso.
Un valore pedagogico e metodologico
Il progetto assume anche una forte valenza pedagogica e metodologica: attiva un processo di memoria partecipata e di rigenerazione simbolica del materiale tessile. L’abito diventa veicolo per narrare storie individuali e collettive, trasformandosi in un ponte tra passato e presente, tra esperienza personale e tessuto sociale. Grazie a questa prospettiva, la moda si configura come un ambito fertile per la rigenerazione culturale e identitaria, capace di valorizzare le narrazioni di resilienza e di appartenenza.
Riconoscimenti e prestigio internazionale
Sara Conforti Hòfer, ospite alla XIII Florence Biennale, ha ricevuto il Premio alla Carriera del Presidente, riconoscimento che sottolinea l’importanza e l’impatto del suo lavoro nel panorama artistico contemporaneo. Centosettantaperottanta – What Comes First? rappresenta così un esempio di come la creatività possa diventare strumento di coesione sociale, aprendo spazi di dialogo e riflessione sulle trasformazioni del nostro tempo.

Il taccuino per Moleskine Foundation Collection

Abbinato all’installazione il taccuino realizzato dall’artista per Moleskine Foundation Collection – Courtesy of Moleskine Foundation Collection.
Moleskine Foundation possiede la più grande collezione di taccuini d’artista dei nostri tempi: oltre 1.600 donati dagli autori per sensibilizzare sul valore della creatività come strumento di cambiamento sociale. È un archivio di creatività, un progetto culturale iniziato nel 2006 che da allora è cresciuto ed evoluto costantemente. Ogni taccuino racconta una storia diversa, un sogno o un progetto, un modo distintivo di essere e di relazionarsi con il mondo, aprendo nuovi punti di vista su un mondo contemporaneo sempre più complesso e variegato attraverso l’estrema libertà delle sue pagine bianche. I taccuini sono pieni di pensieri, schizzi, immagini, idee appositamente creati da artisti e designer, architetti e musicisti, registi e filosofi, così come dai Creativity Pioneers che raccontano le storie delle loro organizzazioni.

Rispondi

Inserisci un commento
Inserisci il tuo nome