Ripensare la moda partendo dall’etica, dalle sue materie prime e dall’impatto reale che genera su animali, ambiente e società. È questa la direzione indicata da Simone Pavesi, responsabile dell’Area Moda Animal Free della LAV, che da anni invita il settore a una transizione profonda e strutturale.
Nel suo lavoro, Pavesi mette in luce i limiti delle certificazioni “responsabili” legate alle filiere dei materiali di origine animale: sistemi che spesso non garantiscono né trasparenza né reale tutela del benessere animale e che risultano incoerenti con gli obiettivi di sostenibilità proclamati dalle aziende.
Mentre all’estero cresce l’investimento nei Nex-Gen Materials, materiali innovativi e completamente animal-free, l’Italia — pur ricca di competenze e creatività — rischia di restare indietro in un settore che può rappresentare il cuore della moda sostenibile del futuro. Pavesi invita quindi a un cambio di rotta: politiche pubbliche efficaci, ricerca strutturata e un nuovo approccio progettuale per designer e imprese, affinché la creatività non resti ancorata a modelli superati.
Questa intervista approfondisce non solo la visione animal-free, ma anche le opportunità economiche, culturali e simboliche che una moda senza sfruttamento animale può offrire. Un confronto che spazia dall’innovazione dei materiali alla trasformazione del concetto stesso di lusso, fino alla responsabilità delle nuove generazioni creative.
Per quale motivo LAV considera i materiali animali non sostenibili?
Le produzioni di materiali di origine animale, anche quando “coperte” da certificazioni “responsabili” degli standard industriali di filiera, presentano gravi criticità etiche, ambientali e di tracciabilità: non garantiscono il reale benessere degli animali, generano forti impatti ambientali (emissioni, consumo di risorse, perdita di biodiversità), alimentano catture cruente e mercati illegali, non assicurano controlli efficaci né condizioni sostenibili. Sono pertanto incoerenti con gli impegni delle imprese nella contribuzione al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (nello specifico 12 Consumo e Produzioni Responsabili, il 13 Agire per il Clima, il 14 la Vita sott’Acqua, il 15 la Vita sulla Terra).
Quali sono oggi i materiali e le tecnologie più promettenti per una moda completamente animal-free?
Possiamo considerare tre fasi nell’evoluzione dei materiali impiegati per la produzione di abbigliamento: una prima fase in cui quelli di origine animale (pellicce e pelli in primis, poi anche piume e filati) hanno accompagnato l’evoluzione dell’essere umano; dal XX sec. sono comparsi materiali derivati dal petrolio: poliuretano, PVC, poliestere, acrilico e altri materiali tutti economici ma non sostenibili; oggi le innovazioni tecnologiche stanno portando allo sviluppo di materiali con alte prestazioni (tecniche e ambientali) e che sono anche animal-free. I “Nex-Gen Materials” ricorrono ad una varietà di approcci di biomimetica per replicare l’estetica e le prestazioni dei materiali tipicamente animali, con differenti processi e tecnologie: plant-derived (derivati da materia vegetale vergine o da scarto/sottoprodotto); micelio (struttura simile a una radice di alcune specie fungine); derivazione microbica (utilizzano approcci di ingegneria cellulare come colture cellulari o processi di fermentazione per produrre proteine e biopolimeri) e persino da colture cellulari animali (ottenuti tramite ingegneria tissutale per coltivazione di cellule animali in laboratorio).
Come si può favorire la transizione delle aziende verso modelli produttivi etici senza compromettere competitività e creatività?
Serve il sostegno dalle istituzioni che hanno la responsabilità di indirizzare e sostenere la ricerca e lo sviluppo di materiali sostenibili di nuova generazione. Purtroppo, nonostante roboanti titoli, come per i decreti attuativi della legge “Made in Italy” 206/2023 (v. “Misure per la transizione verde e digitale nella moda”) i, pochi, finanziamenti pubblici stanziati vanno nella direzione opposta.
In che modo la sensibilità verso il diritto animale può trasformare il modo in cui percepiamo la bellezza e il lusso?
Lo scorso anno LAV ha commissionato a DOXA una rilevazione per misurare “La propensione all’acquisto di capi di abbigliamento animal-free”: il 63% degli intervistati nei 6 Paesi coinvolti dall’indagine (Italia, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Germania e Spagna) si dichiara «molto d’accordo» o «abbastanza d’accordo» con l’affermazione “Acquistare prodotti moda realizzati con materiali alternativi, Animal Free, mi rende felice ed orgogliosa/o di me e delle mie scelte”.
I consumatori sono sempre più e meglio informati sulle produzioni moda; la crescente sensibilità verso le problematiche ambientali e dei diritti animali ha modificato nel tempo i comportamenti di acquisto e le aziende, quelle più lungimiranti, hanno fatto proprie queste istanze trasponendole in corporate policy con le quali, per esempio, hanno pubblicamente dismesso l’uso di alcune tipologie di materiali animali: la pelliccia innanzitutto, ma a seguire altri materiali particolarmente critici come lana dai conigli d’angora e pelle di canguro, ma anche piume di oche e anatre o pelli esotiche.
Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?
E’ necessario che i designer di oggi e di domani approfondiscano la propria conoscenza sugli impatti che le loro creazioni rischiano di provocare; non è sufficiente limitarsi a prendere per validi determinati materiali solo perché accompagnati da “etichette di sostenibilità” che spesso, peraltro, sono ideate dagli stessi produttori.
Un progetto per il futuro…?
Mi piacerebbe riunire in un evento dedicato le startup italiane ma anche piccole, medie e grandi imprese che fanno ricerca industriale, sviluppo sperimentale e produzione di materiali sostenibili di nuova generazione.
L’industria italiana presenta numerose realtà attive nella produzione di materiali sostenibili di origine plant-based, da fermentazione microbica o blend di questi materiali con supporti sintetici da riciclo; ma è assente nel contesto internazionale della ricerca sui materiali da colture cellulari animali.

































