aurora-magni-dressing-the-future-

Un confronto aperto tra istituzioni, professionisti, docenti e attivisti per esplorare come il Made in Italy possa rigenerarsi attraverso una nuova alleanza tra valore culturale, innovazione tecnologica e responsabilità sociale.
Oggi, più che mai, la sfida è quella di coniugare la tradizione artigianale e il saper fare italiano con le logiche del design sistemico e dell’economia circolare, superando la frammentazione tra estetica e etica, produzione e formazione, industria e cittadinanza.

Il talk di Aurora Magni, all’interno dell’evento Dressing The Future, organizzato da Italian Design Institute presso Cascina Cuccagna a Milano, si articola in tre momenti complementari — filiera sostenibile, creatività e innovazione, etica e inclusione — per restituire una visione integrata e interdisciplinare del futuro della moda italiana.
Dalla tracciabilità e certificazione dei materiali alla trasformazione dei processi produttivi, dal ruolo della ricerca indipendente alla spinta delle nuove generazioni creative, ogni contributo intende disegnare una mappa possibile del nuovo Made in Italy: più trasparente, partecipativo e consapevole. In questa prospettiva, la sostenibilità non è più soltanto un parametro tecnico o un’etichetta di valore, ma un orizzonte culturale condiviso, un linguaggio che unisce progettisti, imprese e comunità nel ripensare il rapporto tra bellezza, economia e responsabilità.

Un momento di sintesi e confronto cruciale sulle sfide e le opportunità che attraversano il sistema moda italiano. Co-fondatrice di Blumine, docente presso la LIUC – Scuola di Ingegneria Gestionale e giornalista, Aurora Magni porta un’esperienza eclettica che unisce capacità di mediazione, rigore accademico e sensibilità per le dinamiche di innovazione.

“Re-immaginare il Made in Italy” diventa così un gesto corale — un esercizio di ascolto e di costruzione comune — per restituire alla moda la sua dimensione originaria di atto culturale e civile, capace di generare futuro attraverso la cura, l’innovazione e la relazione.

L’INTERVISTA AD AURORA MAGNI

Come si può favorire un dialogo efficace tra istituzioni, imprese e mondo accademico per accompagnare la trasformazione del sistema moda italiano?
Il tema della sostenibilità  è entrato nell’ agenda della politica e delle istituzioni in realtà da pochi anni anche grazie all’accelerazione data dal Green Deal. Non sono sorpresa che ci siano rincorse e rallentamenti perché si tratta di imprimere ad un complesso sistema economico e sociale cambiamenti radicali: unire business a CSR, misurare le emissioni, dire al consumatore di far durare gli oggetti invece di comprarne di nuovi .. non è né facile né banale. Per questo i soggetti coinvolti devono collaborare ed ascoltare i suggerimenti e  le critiche che arrivano dal mondo della ricerca scientifica, dalle ONG, dai movimenti di opinione, insomma dai cosiddetti stakeholder. In questi anni ho visto centri di ricerca e università mettere la sostenibilità al centro della propria missione e diventare interlocutori del sistema industriale e delle istituzioni su tematiche specifiche grazie alla loro competenza e soprattutto ad una visione del futuro. L’efficacia del dialogo si gioca molto sulla capacità di affrontare problemi in modo non ideologico senza perdere la capacità di guardare oltre. 

In che modo la formazione interdisciplinare può contribuire a sviluppare competenze adatte alle sfide future della moda?
Permettetemi una divagazione personale. Alla mia formazione professionale ha contribuito certamente la necessità di coltivare un mio interesse per la ricerca e l’innovazione sostenibile nell’industria tessile nato soprattutto nel periodo -ormai lontano- in cui ho diretto una rivista che si occupava di materiali tessili applicati in contesti diversi dalla moda. Sulla mia sensibilità ‘ambientalista’ hanno però giocato incontri più culturali. Il primo è stato con il Club di Roma, i cui atti ho letto in tempi più recenti perché all’epoca della pubblicazione di The limits to growth avevo 13 anni. Al di là della fondatezza scientifica dell’allarme lanciato dai ricercatori del MIT, già il fatto di non dare le risorse per scontate mi era sembrato rivoluzionario. Il secondo incontro, avuto da giovanissima, è stato con  un racconto di fantascienza in cui si immaginava la vita in un villaggio isolato dal resto del mondo i cui abitanti non potevano fare altro che far durare gli oggetti il più possibile non potendo più contare su un sistema produttivo in grado di realizzarne di nuovi. Insomma, non avevo letto The economics of the coming spaceship Earth (Kenneth Boulding, 1966) ma il senso era quello. Perché vi racconto questo? Perché pur sapendo bene quanto l’approccio ecologico ai modelli di business debba sostenersi su conoscenze scientifiche e rigore metodologico, credo sia utile fornire a chi si prepara a gestire il passaggio verso modelli sostenibili una visione culturale del problema che tocchi le proprie sensibilità. In questo periodo in cui emergono atteggiamenti che qualcuno ha definito ‘scetticismo ecologico’ è importante che la formazione fornisca oltre alle metodologie e alle tecniche e gestionali (ecodesign, controllo della supply chain, certificazioni etc) lo spessore di una ricerca che è anche e soprattutto culturale ed emozionale. Naturalmente senza cadere nel dogmatismo ideologico ma dando agli studenti consapevolezza e strumenti per poter fare qualcosa in grado di cambiare in meglio la propria vita perché quel tema lo riguarda forse più di altre cose.

Quali sono, secondo te, le principali opportunità e criticità nel coniugare innovazione tecnologica e responsabilità sociale nel settore moda?
Non vorrei sembrare troppo tranchant ma oggi siamo oltre il livello ‘cogliere le opportunità’. Questo valeva fino a quando le politiche green erano una strategia facoltativa scelta da imprese illuminate. Oggi è più semplice: se non sei coerente con i criteri ESG sei fuori dal business, dall’accesso a bandi e finanziamenti, fatichi ad ottenere un prestito in banca. E non è solo l’effetto di regolamenti e direttive UE, è il sistema economico stesso a porre le politiche di sostenibilità come la condizione fondamentale per ridurre i rischi. Che l’innovazione tecnologica giochi un ruolo in questa partita è chiaro. Parliamo di macchine e impianti naturalmente ma anche di software e app in grado di supportare le aziende nella gestione e nella rendicontazione delle azioni adottate, parliamo di sistemi predittivi e -che piaccia o no- di IA. I rischi? Ne vedo soprattutto uno: che a nelle imprese prevalga un approccio formale-burocratico sulla creazione di una nuova cultura industriale condivisa.

Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?
Questa deve essere la generazione di eco-designer, del tutto nuova rispetto le precedenti. Mi aspetto che i nuovi creativi sappiano vincere la scommessa più difficile: progettare cose belle e funzionali senza rinunciare alla propria visione estetica e sapendosi orientare nello scenario complicato della sostenibilità. Per fare questo sarà importante saper scegliere i materiali più sostenibili, documentare le scelte in modo rigoroso affinchè il consumatore possa accedere  ad informazioni sicure  senza greenwashing.  I nuovi designer dovranno confrontarsi con i fornitori per trovare insieme soluzioni che riducano l’impatto ambientale di quel prodotto e progettare il fine vita dell’oggetto un volta dismesso.  Insomma immagino un creativo con buone basi tecniche e costante attenzione su quel che accade nel mondo perché è da lì che arrivano le cose che userà per fare capi ed accessori. Direi un po’ designer e un po’ ingegnere con uno forte attitudine alla ricerca.

Rispondi

Inserisci un commento
Inserisci il tuo nome