Home Arte e Design Speciale Dressing The Future: L’arte della cura. Una conversazione con Cristina Mandelli

Speciale Dressing The Future: L’arte della cura. Una conversazione con Cristina Mandelli

24
MANDELLI-dressing-the-future

Artista e ceramista torinese, Cristina Mandelli porta nella materia un’attenzione radicale verso ciò che è fragile, essenziale, quasi invisibile. La sua pratica — sospesa tra pittura, disegno e ceramica — attraversa il limite sottile che unisce corpo e ambiente, realtà e immaginario, trasformando il gesto manuale in un atto poetico e politico. Nei suoi lavori la terra diventa racconto, la lentezza diventa scelta, l’imperfezione diventa verità.
In occasione di Dressing the Future, Mandelli conduce il workshop Sustainable Hanger, dove un oggetto quotidiano e marginale come la gruccia si trasforma in una micro-scultura funzionale e consapevole. Attraverso la ceramica, materiale antico e rivelatore, l’artista invita a ripensare il rapporto con gli oggetti che abitano i nostri gesti più semplici, portando nel mondo della moda circolare un approccio fatto di cura, ascolto e responsabilità.
In questa intervista ci accompagna dentro la sua visione: un modo di fare e di pensare in cui il valore non si misura in quantità, ma nel tempo dedicato alle cose; in cui il designer diventa interprete dei materiali e delle loro storie; e in cui la sostenibilità è, prima di tutto, una forma di sensibilità.

MANDELLI-3-dressing-the-future

Nel tuo workshop Sustainable Hanger ogni gruccia diventa una piccola scultura funzionale. Come si costruisce, secondo te, l’equilibrio tra utilità e bellezza?
L’equilibrio nasce quando un oggetto smette di esistere solo per rispondere a un bisogno, e comincia a raccontare qualcosa. Per me utilità e bellezza non sono mai in contrapposizione: sono due forze che si cercano. La gruccia è un oggetto minimale, quasi invisibile nel nostro quotidiano, ma proprio per questo è perfetta per sperimentare una nuova forma di attenzione. Quando la modelliamo in ceramica, la sua funzione rimane — sostenere, accogliere, custodire — ma acquista una presenza poetica. Diventa un piccolo paesaggio domestico che ci ricorda che anche ciò che consideriamo marginale può avere una dignità estetica. L’equilibrio è questo: riconoscere valore all’ordinario.

La ceramica è una materia antica, ma anche fragile e resistente allo stesso tempo. Cosa rappresenta per te lavorare con questo materiale in un discorso di sostenibilità?
La ceramica contiene una doppia verità: è terra e fuoco, fragilità e permanenza. Per questo è un materiale profondamente sostenibile: ci obbliga a rallentare, a riconoscere i tempi naturali, a pensare in termini di durata e non di consumo. Trattarla significa accettare che ogni gesto lascia una traccia. Significa imparare a “leggere” la terra, a comprendere da dove viene la materia e quali trasformazioni attraversa per diventare forma. È un esercizio etico oltre che estetico. Nel mio lavoro la ceramica è un alleato prezioso perché non concede scorciatoie: insegna la cura, la responsabilità, l’ascolto del materiale. Valori fondamentali per un discorso contemporaneo sulla sostenibilità.

In un mondo dominato dalla produzione industriale e veloce, la tua pratica valorizza lentezza, manualità e imperfezione. È anche una forma di resistenza?
Sì, è una forma di resistenza dolce ma determinata. Viviamo in un tempo che ci chiede efficienza, rapidità, replicabilità. La ceramica è l’esatto contrario: richiede lentezza, attenzione, ripetizione consapevole. Ogni pezzo è diverso, ogni imperfezione è una firma.
Scegliere una pratica come questa significa affermare che il valore non sta nella quantità, ma nella qualità del tempo che dedichiamo alle cose. Per me la resistenza non è opposizione frontale, è persistenza del gesto: continuare a lavorare con le mani, continuare a credere che la bellezza si costruisca centimetro dopo centimetro, e che l’imperfezione non sia un difetto ma una forma di verità.

Come immagini il ruolo dell’artista in questo nuovo orizzonte della moda e del design circolare?
L’artista è, sempre di più, un mediatore: tra materiali e persone, tra territori e immaginari, tra produzione e responsabilità. Credo che il nostro compito sia quello di aprire domande, non di chiuderle. Nel contesto della moda circolare, l’artista può fare molto: può rendere visibili i processi, restituire valore ai gesti, creare ponti tra discipline diverse. Ma soprattutto può ricordare che il cambiamento non è solo tecnico o tecnologico: è culturale. La transizione ecologica ha bisogno di emozioni, di simboli, di nuovi alfabeti estetici. E lì, io credo, l’arte può fare la differenza.

Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come uno dei possibili ambiti professionali?
Immagino una cassetta degli attrezzi che non contenga solo strumenti tecnici, ma strumenti interiori. Per lavorare davvero con la materia — qualunque essa sia — occorre sviluppare almeno cinque competenze fondamentali:
1. L’arte dell’osservazione lenta.
La capacità di vedere ciò che accade nei dettagli, di riconoscere i micro-cambiamenti, di leggere il comportamento della materia.
2. Una manualità allenata e consapevole.
Non per nostalgia dell’artigianato, ma perché la mano pensa insieme alla mente. La manualità è un’intelligenza.
3. La disponibilità ad accogliere l’errore.
La ceramica educa a questo: l’imprevisto può diventare linguaggio, stile, innovazione.
4. Una sensibilità ecologica reale.
Comprendere il ciclo di vita dei materiali, il loro impatto, la loro storia. Ogni scelta progettuale è anche una scelta politica.
5. L’attitudine alla co-creazione.
Il designer di oggi non lavora più da solo: dialoga con comunità, artigiani, territori, sistemi produttivi.
Se dovessi dirlo in una frase sola: un giovane designer dovrebbe imparare a toccare il mondo senza consumarlo. È da lì che nasce tutto.

MANDELLI-dressing-the-future-2

Nessun Commento

Rispondi

Inserisci un commento
Inserisci il tuo nome

it_IT