Laurent Barnavon emerge come una delle voci più visionarie nel ripensare il rapporto tra materia, gesto e spazio. Artista francese dalla formazione concettuale e dal percorso profondamente interdisciplinare, Barnavon ha trasformato la piega — l’atto primordiale del piegare e spiegare — in un linguaggio contemporaneo capace di dialogare con l’architettura, la luce, il corpo e l’immaginario della moda. Le sue opere, dai modelli in carta alle strutture spaziali fino alle sperimentazioni con l’acciaio, non sono semplici oggetti: sono dispositivi che ci invitano a guardare lo spazio come qualcosa da comporre, scomporre e reinventare.
Per Dressing the Future 2025, Barnavon porta a Milano una ricerca che attraversa vent’anni di esplorazioni, collaborazioni con grandi maison, studi sulla geometria e immersione nelle tecniche storiche del plissé. La sua installazione site specific e il workshop Out of Frame: Pliage tra arte e moda aprono un varco in un immaginario in cui artigianalità, futuribilità e responsabilità convivono, trasformando la piega in un atto poetico e strutturale allo stesso tempo.
Un ospite raro, capace di unire l’intuizione artistica alla precisione progettuale, e di mostrare come la sostenibilità possa essere non solo un tema, ma un gesto: un modo di toccare la materia per rivelarne nuove possibilità. In questa intervista, Barnavon ci guida dentro il suo universo — fatto di luce, pazienza, geometrie e visioni condivise — svelando come si costruisce, piega dopo piega, il futuro.
Qual è stato il momento o l’esperienza che l’ha convinta a unire la tecnica della piegatura (origami) con l’architettura e il design e perché proprio questi materiali?
Dopo la mia laurea in arte concettuale presso Villa Arson a Nizza, sono arrivato come artista alla Fondazione Pistoletto, dove ho lavorato per diversi anni come volontario accanto al maestro Michelangelo Pistoletto. È grazie a questa esperienza – tra pratica artistica e consulenza – e poi al mio trasferimento a Parigi – che ho deciso di impegnarmi con le grandi aziende storiche del settore. In questo contesto ho potuto unire la mia passione per la geometria alla volontà di creare un legame tra la mia visione progettuale e la preservazione delle tecniche tradizionali, che considero fondamentali da tutelare e valorizzare.
Nei suoi progetti, come Plissé e Reflection, la scala varia significativamente: da lampade a installazioni ambientali. Come affronta il cambio di scala nel processo creativo?
Per me il vero fascino sta nel duplice gesto: spiegare e piegare. La prima azione richiede una grande pazienza, la seconda ancora più manualità, e sono entrambe opposte anche nella velocità con cui portano a un risultato. Questo rappresenta per me un cambiamento di scala molto più rilevante della semplice differenza dimensionale. Grazie alla forza e alla bellezza della geometria, infatti, se un principio funziona in piccolo, funzionerà anche in grande — proprio come negli straordinari modelli capovolti di Gaudí per la Sagrada Familia.
In che misura considera la funzionalità (uso, durata, manutenzione) nei suoi lavori, rispetto all’aspetto puramente estetico o concettuale?
La funzionalità è di primaria importanza, perché è attraverso lo sguardo contemplativo o le mani dell’utente che l’opera trova davvero il suo senso. Io non creo per me stesso: per me esiste la fase di ricerca, che è il momento più intimo e personale. Ma il risultato estetico — che per me rimane inseparabile dal concetto — raggiunge la sua forma migliore solo quando viene consegnato all’altro e adottato. Ciò che cerco, in fondo, è proprio questo: offrire un’esperienza d’uso, un gesto che trasformi l’oggetto in qualcosa di vivo e condiviso.
Quali sono le sfide più delicate – tecniche o progettuali – quando si lavora con materiali “delicati” (come la carta) in contesti architettonici più strutturali?
La carta è un supporto di progetto, proprio come la matita: diventa il mezzo attraverso cui la geometria si manifesta, e la geometria stessa diventa una meccanica strutturante. Ma la vera sfida, che per me è anche la più affascinante, riguarda l’architettura come linguaggio comune, capace di collegare centinaia di mestieri diversi in un unico tempo di lavoro e verso un unico risultato. Nella scala individuale come in quella collettiva, è attraverso la ripetizione che si impara. La sfida, però, è che lavorando da soli è più facile sbagliare, mentre in molti mestieri questo margine di errore semplicemente non esiste.
Guardando avanti, c’è un nuovo materiale, una tecnica o un contesto spaziale che desidera esplorare e che ancora non ha avuto occasione di mettere in pratica?
La mia arte è sempre stata ciò che ho messo da parte per dedicarmi al tempo necessario ad apprendere dagli altri e a condividere l’impegno collettivo dell’essere responsabili. Ho cercato di essere il più leggero possibile, sperimentando forme di mobilità che facessero svanire confini e tempo. Oggi sento il bisogno di fermarmi e di avere finalmente un mio laboratorio: forse è questo ciò che devo cercare adesso – ma chissà. Finora la creazione collettiva, interdisciplinare e interculturale è stata la mia più grande soddisfazione.
Cosa vedremo a Dressing the Future? Sia in termini installativi che laboratoriali? Nell’installazione site specific Ce n’est qu’une impression, Milano 25, presenterò il risultato di vent’anni di ricerca: un Vitruvio al femminile, dove un quadro si trasforma in abito, rivelando le forme del modello. Questo concetto mi ha spinto a imparare molte cose e a percorrere sentieri mai esplorati nel mondo della moda. Perché vestire una persona con un quadro o creare un abito da un unico pezzo? A livello fashion la risposta non è immediatamente evidente, ma a livello artistico per me è chiara. Come uno scultore, ho immerso le tecniche di plissé storico utilizzate nel mio percorso nell’alta moda parigina, per sentire la materia con le mie mani e svelare i segreti che sublimano le stoffe, facendo rimbalzare la luce come le faccette di un diamante. Per Dressing the Future saranno presentati due quadri, due versioni del Vitruvio al femminile, con la partecipazione della danzatrice solista dei Ballets de Monte-Carlo, Mimoza Koike. Inoltre, un abito su manichino, opera fondamentale del mio percorso: composta da pagine di fashion magazine, in collaborazione con L’Officiel Vietnam. A livello laboratoriale, attraverso la storia del plissé — dalla moda antica egizia, cinese e dei Hmong, fino all’alta moda contemporanea — esploreremo insieme la sensibilità manuale e la sperimentazione concreta, trasformando la materia per riflettere su cosa indossare e, soprattutto, sulla responsabilità che comporta il gesto di vestire.
Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?
La prima parola che mi viene in mente è passione. In tutti i mestieri creativi, la ricerca di fare qualcosa in modo diverso dagli altri richiede una forza interiore: senza la passione per superare le difficoltà e le incomprensioni, non può nascere una vera creazione, capace di uscire dai limiti del settore “normativo”. Le competenze tecniche, da sole, non bastano. Per questo ritengo fondamentale conoscere l’esperienza degli altri, e soprattutto di coloro che non ci sono più, come i saperi tradizionali o le tecniche classiche. Solo così si può capire se un cambiamento rappresenta un vero progresso, per chi e con quale scopo. Oltre alla passione, la vera “cassetta degli attrezzi” di un designer deve includere pazienza, simile a quella di un concertista o di un campione olimpico. La ripetizione costante è la prima insegnante, ma anche la più grande sfida della vita, non solo a livello professionale.

































