Nel fitto calendario di Dressing the Future 2025 – il programma milanese che intreccia arte, moda e sostenibilità in una serie di workshop dedicati al design circolare – l’appuntamento con Marco Piu si distingue per rigore e concretezza.
Chimico di formazione ed esperto di tracciabilità e certificazioni ambientali, Piu è tra le voci più autorevoli nel panorama del tessile sostenibile italiano. Il suo workshop, “Re-Trace”, in programma il 5 dicembre alla Cascina Cuccagna (Spazio Sartoria Sociale Filo Dritto), propone un viaggio nel cuore tecnico e culturale della sostenibilità: un percorso per imparare a leggere la materia, decodificare i processi e comprendere davvero cosa si nasconde dietro l’etichetta di un tessuto.
«La tracciabilità digitale», spiega Piu, «trasforma un atto di fede in un dato verificabile. Permette ai consumatori di conoscere la storia completa di un capo e di instaurare un rapporto di fiducia basato sull’evidenza, non sulle promesse». È una visione che mette la scienza al servizio della trasparenza, ribaltando il paradigma del greenwashing e restituendo alla sostenibilità la sua dimensione misurabile.
Durante il laboratorio, i partecipanti impareranno a riconoscere le fibre, a valutare tinture e finissaggi, e a comprendere l’impatto delle proprie scelte progettuali e d’acquisto. L’obiettivo non è solo trasmettere competenze tecniche, ma riconnettere le persone con la materia, riscoprendo il valore sensoriale e culturale del tessile. «Abbiamo perso il contatto fisico con ciò che indossiamo», osserva Piu. «Riconoscere le fibre significa capire la loro origine, il loro impatto e le possibilità di riciclo. È da questa consapevolezza che nasce una vera cultura del design sostenibile.»
La riflessione di Marco Piu si estende ben oltre il laboratorio: è una filosofia che intreccia innovazione tecnologica e valore etico, tra blockchain, passaporti digitali e simbiosi industriale. «Il design circolare abilitato dalla tecnologia», dice, «è la direzione verso cui dobbiamo andare: progettare un capo sapendo già dove e come potrà essere riciclato».
Con Re-Trace, Dressing the Future aggiunge un tassello fondamentale al dialogo tra artigianato, ricerca e digitalizzazione. Un’esperienza che non parla solo di moda, ma di un nuovo rapporto con la materia, con il sapere e con il tempo — perché il futuro della sostenibilità, come ricorda Piu, non si proclama: si traccia.
Quali innovazioni tecnologiche stanno maggiormente trasformando i processi produttivi nel settore tessile sostenibile?
Principalmente tre: i sistemi blockchain per la tracciabilità, i passaporti digitali dei prodotti (DPP) e le tecnologie di intelligenza artificiale per l’ottimizzazione di diversi processi industriali, quali tintura e finissaggio ad esempio, contribuendo alla riduzione di sprechi acqua ed energia.
In che modo la tracciabilità digitale può aumentare la trasparenza e la fiducia del consumatore?
Trasforma un atto di fede in un dato verificabile, dove i consumatori possono accedere alla storia completa del prodotto: Questo crea una narrazione autenticata che va oltre il marketing. Il risultato è una relazione di fiducia basata sull’evidenza e non sulle promesse, che fidelizza ed educa contemporaneamente.
Quali sono le principali sfide nel diffondere standard di sostenibilità realmente verificabili lungo la filiera?
Le sfide maggiori sono legate alla frammentazione della filiera tessile sia per regioni geografiche che per tipologie di produzione, e dei costi per l’implementazione di standard validi che nell’attuale scenario economico molte aziende medio-picolle non riescono a permettersi. C’è anche una questione di competenze e carenza di figure professionali che parlino il linguaggio della chimica, della tecnologia e della compliance normativa.
In cosa consisterà e quale significato ha il suo workshop?
Una parte introduttiva sui sistemi di tracciabilità, i passaporti digitali, le certificazioni e le normative emergenti come l’Ecodesign. Nella parte pratica i partecipanti impareranno a riconoscere le fibre attraverso test semplici e riproducibili, o riconoscere la qualità e le criticità di una tintura o di una stampa. Il significato profondo è restituire potere e consapevolezza nelle scelte, sia di progettazione che di acquisto.
Il suo workshop Re-Trace mette al centro il tema della tracciabilità: quali innovazioni tecnologiche ritiene oggi più decisive per accompagnare la transizione verso un sistema tessile realmente sostenibile e circolare?
Allo stato attuale abbiamo assoluta necessità di incrementare il riuso dei materiali quindi ritengo decisive le innovazioni nel riciclo tessile avanzato, partendo dalla scomposizione delle fibre miste oggi quasi inutilizzabili. Credo anche molto nelle opportunità di simbiosi industriale per incrementare il riuso dei materiali tessili. Ma altrettanto importante sarà l’integrazione dei dati: piattaforme che collegano designer, produttori, riciclatori e consumatori in ecosistemi circolari: ad esempio un designer potrebbe progettare un capo sapendo già dove e come verrà riciclato a fine vita, o addirittura progettarlo con materiali e lavorazioni scelte proprio per un determinato riuso o riciclo. “design circolare abilitato dalla tecnologia” potrebbe essere uno slogan.
Tra normative, protocolli di smaltimento e responsabilità sociale, quali sono – secondo lei – le principali sfide che il settore dovrà affrontare per rendere la sostenibilità una pratica misurabile e non solo un’etichetta?
La sfida principale è passare dalla compliance alla cultura aziendale. Le normative, come la CSDDD, CSRD o l’Ecodesign stanno innalzando gli standard, ma rischiano di essere vissute come burocrazia se non accompagnate da un cambio di mentalità. Poi certamente manca un’infrastruttura europea integrata per il riciclo tessile, spero che con l’entrata in vigore dell’EPR qualcosa si muova veramente.
Nella parte pratica del suo laboratorio, i partecipanti impareranno a riconoscere le fibre tessili e le loro caratteristiche. Quanto conta, secondo lei, ritrovare un rapporto diretto e consapevole con la materia per ripensare il futuro del tessile?
Abbiamo perso il contatto fisico con ciò che indossiamo. La maggior parte delle persone non sa distinguere lana da acrilico, seta da poliestere e questo alimenta un consumo inconsapevole: se non conosci la qualità, compri solo sulla base del prezzo, o della moda che non scegliamo noi ma ci viene “imposta”. Riconoscere le fibre significa capirne origine, impatto ambientale, durabilità, possibilità di riciclo. Un indumento è un oggetto fisico “caldo” perché suscita sempre delle sensazioni quando lo tocchiamo o indossiamo, e credo quindi che questo rapporto diretto con la materia possa far nasce una scintilla critica nelle persone anche più distratte.
Un progetto per il futuro?
Affiancherei molto volentieri alla mia attività professionale alle aziende manifatturiere percorsi di formazione per figure meno specializzate quali designer e commerciali, ma mi piacerebbe anche contribuire all’educazione di un consumo consapevole partendo però dalle generazioni più giovani.
Quali competenze pensi che i giovani designer dovrebbero sviluppare — o quale “cassetta degli attrezzi” dovrebbero costruire — per avvicinarsi alla tua area di competenza, come rappresentante di uno dei possibili settori e ambiti di applicazione delle loro future professionalità?
Competenze tecnico-scientifiche di base come chimica dei materiali, proprietà delle fibre, processi produttivi. Alfabetizzazione sulla normativa ambientale, dal conoscere regolamenti come il REACH, a standard come l’Ecolabel fino alle metodologie di misura della circolarità e di LCA. Terzo, dimestichezza con strumenti digitali, piattaforme collaborative, database di materiali sostenibili. Infine pensiero sistemico, saper vedere la filiera nel suo insieme, non solo il prodotto finale. Curiosità e temperamento critico credo siano già insite in una persona che vuole fare il designer, giusto ? Credo che nel designer di domani come ad un detective, uno scienziato e un attivista insieme.

































