Tulsa capitale mondiale dell’Art Déco

Negli anni Venti, mentre New York costruiva l’Empire State Building e Miami verniciava di colori pastello i suoi hotel sul mare, una città dell’Oklahoma diventava, quasi per caso, uno dei più straordinari laboratori di architettura Art Déco del continente. Pochi lo sanno. Chi ci è stato, non lo dimentica.

Per capire perché Tulsa sia quello che è, bisogna tornare al petrolio, quello della riserva di Glenn Pool. Una tipica storia americana: nei primi decenni del Novecento, le rive del fiume Arkansas nascondevano riserve colossali di greggio. L’oro nero trasformò in pochi anni una città di frontiera in una boomtown, termine che indica quella fortuna improvvisa, dorata, che cala dall’alto su un agglomerato urbano per convertirlo da dimenticabile a fiorente. Un richiamo irresistibile per imprenditori, architetti e designer che vi accorsero dalle metropoli più cosmopolite del paese.

Questi pellegrinaggi portarono con sé il gusto del momento. L’Art Déco, lo stile che dominava New York e Parigi, che traduceva l’entusiasmo per la modernità in geometrie audaci, superfici lucide, decorazioni ispirate al mondo classico e alla macchina insieme. Se a Manhattan l’Art Déco si esprimeva nell’eleganza sofisticata dei grattacieli come il Chrysler Building e l’Empire State, a Miami assumeva un’identità leggera e colorata pensata per attrarre turisti e amanti della bella vita, a Tulsa il movimento trovò una terza via: più radicata, più orgogliosa, capace di mescolare il vocabolario internazionale dello stile con la cultura e l’identità locale.

Union Depot, Rhys Martin. Courtesy of Tulsa Foundation for Architecture.

Gli edifici che raccontano una città

Il risultato è ancora visibile oggi, in una concentrazione di architetture Art Déco che non ha molti paragoni negli Stati Uniti. La Will Rogers High School, costruita nel 1939 con fondi federali del Works Progress Administration, è l’esempio forse più sorprendente: un edificio scolastico pubblico, in un quartiere residenziale qualunque, con torri slanciate e sculture in terracotta degne di un palazzo del governo. La ragione, semplice e disarmante, è che i cittadini di Tulsa non si accontentavano di meno. Una scuola era un’istituzione e le istituzioni meritavano grandezza.

Il Philcade — torre per uffici commissionata dal magnate del petrolio Waite Phillips — sfoggia foglie d’oro, caratteristici motivi a zigzag e gargoyle gotici sulla facciata. Il Tulsa Club, progettato da Bruce Goff quando aveva appena 23 anni e completato nel 1927, ha ospitato camere di commercio e circoli esclusivi, è sopravvissuto a tre incendi e a decenni di abbandono, ed è stato recentemente recuperato con la conservazione dei pavimenti in terrazzo originali, dei dettagli in marmo e dei lampadari dell’epoca. Lo Union Depot, completato nel 1930 con le sue geometrie nette ispirate all’industria nascente, ospita oggi l’Oklahoma Jazz Hall of Fame.

Uno degli esempi più singolari è il Pythian Building, sempre di Goff, in cui i motivi decorativi del pavimento del piano terra riprendono i disegni di una coperta tradizionale dei nativi americani. È Art Déco, ma è anche Oklahoma. Il movimento, in questo senso, ha dimostrato a Tulsa la sua duttilità: capace di assorbire riferimenti locali senza perdere la propria coerenza formale.

Tulsa capitale mondiale dell’Art Déco
Philcade lobby. Courtesy of Tulsa Foundation for Architecture.

Un’eco italiana

L’Art Déco, del resto, è uno stile che cambia faccia a seconda di dove attecchisce. In Italia, arrivò negli anni del Fascismo e assunse una piega differente, monumentale, retorica, al servizio del potere. La Stazione Centrale di Milano ne è l’emblema, con i suoi marmi, la sua scala gigantesca e la grande volta in acciaio sui binari. Un’architettura pensata per legittimare il regime e impressionare il cittadino.

A Torino, lungo via Roma, lo stile si fuse con il Razionalismo, dando vita a un’eleganza più contenuta ma ugualmente scenografica, culminata nella Galleria San Federico. Tulsa invece racconta qualcosa di diverso, un Art Déco senza propaganda, nato dalla ricchezza privata e dall’orgoglio civico di una comunità che voleva esistere nel mondo.

Tulsa King e la seconda vita della città

Chi ha seguito la serie Tulsa King su Paramount+ avrà visto quegli interni, quei boulevard, quella luce particolare dell’Oklahoma. La serie ha contribuito a portare l’attenzione internazionale su una città che molti, in Europa, faticano persino a collocare sulla cartina. È uno dei tanti modi in cui la cultura popolare diventa strumento di valorizzazione del patrimonio, involontariamente o meno.

Tulsa Fire Alarm Building. Courtesy of Tulsa Foundation for Architecture.

Eppure, questo stile architettonico esuberante ha ispirato opere letterarie, fotografiche, cinematografiche, fumetti. Fa da sfondo, aggiunge mordente e carattere, conferisce un’atmosfera unica a qualsiasi storia, senza identificarsi o svelarsi mai.

A Firenze, intanto, gli anni Venti tornano in mostra

Per chi non può raggiungere l’Oklahoma, ma vuole immergersi nell’atmosfera di quell’epoca, c’è un’occasione vicina. Dal 2 aprile al 25 agosto 2026, Palazzo Medici Riccardi a Firenze ospita Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti, una mostra che restituisce al grande pubblico il ruolo centrale della città nella diffusione dell’Art Déco in Italia e in Europa, organizzata da Fondazione MUS.E.

Il percorso espositivo abbraccia ceramiche, vetri, arredi, gioielli, tessuti, abiti, manifesti e costumi di scena, con opere che vanno dai contributi di Gio Ponti per Richard-Ginori alle creazioni di Galileo Chini, fino ai manifesti pubblicitari e alle sete apprezzate da D’Annunzio. Un’occasione rara per vedere da vicino come uno stile nato a Parigi abbia attraversato le Alpi e trovato, anche in Italia, una voce propria.

Da Tulsa a Firenze, passando per New York e Milano: l’Art Déco è uno di quegli stili che non finiscono mai di raccontare il secolo in cui sono nati.

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