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Giosuè J Prezioso – Area Arte

Quando ci si accinge a spiegare la rivoluzione dell’arte 3, o 4.0, si parte spesso da un preambolo: la differenza fra i mondi dell’arte e della tecnologia – questo è spesso un passaggio obbligato per accademici o divulgatori della materia, che ricevono spesso occhiate di stupore e sospetto quando si presentano opere di robotica, IA, gamification, crypto o data art – dove la differenza fra i due mondi rimane pressoché inestricabile. Eppure, da un punto di vista etimologico, in greco non esistono differenze; il termine impiegato in entrambi i casi è infatti techne/i, che indica simultaneamente il mondo delle arti – inteso (brevemente) come l’emisfero visivo ed estetico – e quello tecnologico – che comprende le evoluzioni macro-ingegneristiche dell’umanità. Essere un* artista per il mondo greco, dunque, implica l’insita e a-tomica appartenenza ad una categoria di professionisti che creano, progrediscono e fanno avanguardia – tanto dal punto di vista visivo/estetico, quanto da quello ingegneristico/tecnico. In italiano, le discipline sono invece virtualmente distinte – come indicano i termini ars (artis) e tecnologia. È dunque forse in questa separazione nomenclativa, che giace quello stupore (forse tutto Latino) intercettato nei neofiti al mondo delle ‘nuove arti’ – eppure Brunelleschi dipingeva e codificava una prospettiva ‘maths-based,’ mentre installava una cupola ingegneristicamente auto-portante; così come Leonardo, che oltre agli studi di prospettiva aerea e ritrattistica classica, si dedicava a medicina, ingegneria civile e militare. Tutto in una persona, professionista e artista. Come può dimenticarsi, d’altronde, la crisi amletica innescata dalla fotografia e poi dal cinema: sono arti? Fino a che punto? Maggiori o minori? Non a caso le studiamo in istituti separati e ne godiamo in mostre e/o festival a sé stanti.
È dunque alquanto tangibile che viviamo (forse) ancora in un mondo dell’arte tutto Vasariano – il Signore toscano che introdusse, e forse mai eradicò, la distinzione formale fra arti maggiori (pittura, scultura e pittura) e arti minori (tutto il resto).
Con un DNA “100% disruptive,” questo Master si propone come fra i primi appuntamenti in Italia e a livello internazionale a fornire una formazione trasversale, multidisciplinare, camaleontica e complementare nei mondi dell’arte, moda, tecnologia, diritto e difesa internazionale. Un’agorà 4.0 per nuovi ‘art leaders,’ dove i saperi si mescolano, ibridano e atomizzano per diventare una sola e risolutiva techne.

Valerio Mancini – Area contraffazione Moda&Arte

L’Italia è tra i primi produttori e consumatori di prodotti contraffatti. Secondo la stima di Illicit Trade (2020), l’Italia risulta essere il quinto paese al mondo per il valore totale del mercato nero ed è anche uno degli stati europei maggiormente colpiti dal fenomeno della contraffazione sia come paese produttore sia come paese consumatore.

Il settore più esposto è quello dell’abbigliamento, con un valore della produzione di 2,2 miliardi di euro, pari al 32,5% del totale. Seguono il comparto degli audiovisivi, con quasi 2 miliardi di euro (28,5% del totale), il materiale elettrico e i prodotti informatici con un 1 miliardo di euro, i prodotti alimentari anch’essi con un miliardo di euro.
Le categorie merceologiche più gettonate nel 2019 dai contraffattori sono gli accessori di abbigliamento, con un incremento rispetto all’anno precedente del +48%. In particolare, sono le borse e gli articoli in pelle le merci al primo posto fra i beni contraffatti importati: il 16% delle merci importate in Italia in questa categoria sono prodotti falsi. Seguono apparecchiature elettriche e quelle informatiche, con un incremento sopra il 90%, e le calzature con un +307% rispetto all’anno precedente.
Solo nell’ultimo anno, anche se in piena pandemia, in Italia, i prodotti contraffatti hanno garantito alla criminalità organizzata guadagni per almeno 2,5 miliardi, di cui almeno 225 milioni a carico delle aziende italiane. La Camorra è senza dubbio l’organizzazione più dinamica ed attiva, avendo già diversificato da anni le aree di azione criminale (la contraffazione di merci insieme al riciclaggio, al traffico di armi e di stupefacenti). Questa è attiva anche all’estero, mediante il controllo di attività commerciali – che mimetizza in attività imprenditoriali – e dando vita ad una complessa rete economico-finanziaria in Italia e in altri paesi, soprattutto in Europa occidentale, negli Stati Uniti, in Brasile, Canada e Australia. Non sono estranei alla contraffazione dei marchi anche clan appartenenti alla ‘Ndrangheta calabrese e alla malavita salentina.
A livello mondiale, i prodotti contraffatti generano più di $250 miliardi l’anno di profitti per la criminalità organizzata. Tra i Paesi le cui aziende subiscono maggiormente gli effetti di questo reato spiccano Stati Uniti, Francia, Svizzera, Germania, Giappone e Corea. Inoltre, dobbiamo considerare il danno economico prodotto dal mercato del falso, con la disoccupazione che ne consegue: secondo la Camera di Commercio Internazionale, infatti, si calcola che dal 2022 i posti di lavoro legittimi messi a rischio saranno circa 5,4 milioni, ed il danno d’immagine dei marchi nei confronti del proprio target di riferimento.

Quali strumenti per affrontare e fermare la contraffazione?
Negli ultimi anni sono stati sviluppati molteplici strumenti e metodi per riconoscere e tracciare i prodotti riconducibili a tre macrocategorie: le tecnologie identificative del prodotto (track-and-trace technologies); i dispositivi non visibili ad occhio nudo e percepibili solo da addetti (covert technologies); le soluzioni più evidenti percepibili anche
dai clienti (overt technologies). Esiste però un duplice trade- off: uno tra il livello di sofisticazione dello strumento anticontraffazione ed il costo per la sua implementazione ed uno tra l’efficacia della soluzione e la percezione di questa da parte dei clienti (entrambi inversamente proporzionali).
Per questo motivo, gli autori della ricerca sostengono che attualmente non esistono strumenti che non siano facilmente copiabili e che la soluzione migliore al fine di proteggere i prodotti è una combinazione di soluzioni trackand-trace, overt e covert.
In tale contesto all’interno del nostro Master proponiamo strumenti innovativi, legati alla tecnologia ‘blockchain’, che permettono di fornire al consumatore finale la possibilità non soltanto di conoscere la storia dei prodotti che andrà ad acquistare, ma anche di seguirne la tracciabilità. Una “Blockchain e supply chain 4.0”, che unisce blockchain, treceability, transparecy, ovvero strumenti utili quanto necessari per coloro che acquistano prodotti di valore, come ad esempio opere d’arte, dei quali è l’87% degli acquirenti a chiedere più trasparenza nel processo. Bisogna monitorare molto questo settore che si presenta florido e in crescita, dimostrando anche di avere la capacità adattiva di esplorare nuove realtà in forte crescita, come ad esempio la tecnologia le crypto e gli NFT.

Michela Bonafoni – Area Moda

Il neologismo ONLIFE determina ormai la narrazione delle nostre società. Una vita che se da una parte ci vede sommersi ed immersi in una realtà sempre più virtuale dall’altra ci pone di fronte ad interrogativi fondamentali circa l’utilizzo delle nuove frontiere della digitalizzazione che ci consentono e ci consentiranno di migliorare i nostri ambiti professionali.
La Storia della Moda ci insegna che i cambiamenti socioculturali hanno da sempre interessato campi di azione legati alla codifica prima, decodifica dopo immediatamente legati al mondo del fashion inteso sempre di più come medium fondamentale attraverso il quale lanciare messaggi a tutto il mondo. Per questo motivo negli ultimi tempi stiamo assistendo alla comparsa di elementi introduttivi ad un nuovo capitolo digitale: dalle sfilate virtuali alla creazione di mondi di metaverso; dalla creazione di collezioni esclusivamente digitali come le sneakers NFT di Gucci alla comparsa di avatar a cui far assumere sembianze altre rispetto alle nostre “originali” identità, dalla creazione di Blockchain Consortium a nuovi corsi di studi che sappiano raccontare
tali mondi.
Il fenomeno se all’inizio ha interessato i mondi prevalentemente dello sportswear oggi abbraccia anche il panorama del lusso con un risultato di ampliamento di fatturato che lascia ben sperare circa la possibilità di creare non soltanto nuovi mondi digitali ma anche nuova occupazione e posti di lavoro.
L’aspetto che più interessa il mondo della moda però è ancora una volta il valore semiotico che tale virtualità può dare grazie ad un totale abbattimento di barriere di genere e alla possibilità di implementare in maniera ancora più incisiva messaggi e codici identificativi che portino il branding ad abbracciare sempre più mondi di Diversity, Inclusion e Sostenibilità.
Studiare la storia e la sociologia della moda attraverso il racconto del passato e del contemporaneo ci permetterà dunque di mettere in evidenza punti critici e punti di forza di un nuovo dettato socioeconomico che se compreso appieno saprà determinare successi aziendali clamorosi e la creazione di nuove brand identity aderenti alle sfide di oggi e di domani.

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